martedì 28 luglio 2026

GIUSEPPE ARLOTTA: L'INSOLITA MERENDA CON CHARMANT ( Il giorno in cui due forchette raccontarono un paese .)



 


 L’INSOLITA MERENDA CON CHARMANT

 
                (Il giorno in cui due forchette raccontarono un paese.)
 
Quella mattina, con alcuni amici, avevamo raggiunto Mongiove, piccola frazione marinara di Patti che allora conservava ancora il privilegio di spiagge poco affollate: altri tempi, davvero. Seguendo il litorale verso sud ci spingemmo fino alle grotte, allora ancora accessibili senza bisogno di nuotare. Bastava avanzare lentamente, con l'acqua che in alcuni tratti arrivava fino al petto, per approdare a quelle piccole insenature dove la sabbia, arroventata dal sole, lasciava il posto ad anfratti scavati dal paziente lavorio delle correnti, rifugi naturali nei quali trovare sollievo dall'arsura delle ore più calde.
 
Ogni escursione finiva quasi sempre per seguire un copione ormai collaudato. Indossate maschera e boccaglio, ci immergevamo alla ricerca di qualche pesce o di un polpo di modeste dimensioni, prede occasionali dei nostri fucili da sub. Erano anni in cui il fiato sembrava inesauribile e bastava a regalarci lunghe apnee, mentre il fondale ci appariva come un piccolo universo tutto da esplorare. Dopo bagni ripetuti e bottini tutt’altro che memorabili, ci avvicinavamo agli scogli affioranti dove, approfittando della marea favorevole, con la punta del coltello iniziavamo a staccare le patelle, molluschi abbondanti in quella zona, una vera prelibatezza soprattutto se gustate sul momento, con il sapore del mare ancora all’interno.
 
Anche quella giornata seguì fedelmente quel rituale. Tra un'immersione e l'altra, qualche tuffo dagli scogli e improvvisate gare di resistenza sott'acqua, il tempo sembrava dissolversi senza che ce ne accorgessimo. Sulla spiaggia le conversazioni cambiavano continuamente argomento: si commentavano le catture, si prendeva bonariamente in giro chi giurava di avere visto un polpo enorme, immancabilmente sfuggito pochi istanti prima («Visti ’n purpu ranni, ma mi scappò»), si rievocavano episodi delle estati precedenti e si fantasticava già sulla serata che ci attendeva. Qualsiasi pretesto diventava buono per rimandare ancora un poco il ritorno.
 
Quando il sole raggiunse il punto più alto e il riverbero sull’acqua costrinse gli occhi a socchiudersi, arrivò quasi naturalmente il momento di lasciare la spiaggia. Riponemmo maschere, pinne e fucili da sub, ancora impregnati dell’odore della salsedine; ci liberammo della sabbia rimasta sulla pelle e ci sistemammo in automobile per riprendere la strada verso Librizzi. Il viaggio di ritorno trascorse con la stessa spensieratezza che aveva accompagnato l’intera mattinata. Dai finestrini aperti entravano il profumo della macchia mediterranea e l’aria salmastra che risaliva dalla costa, mentre la stanchezza cominciava a farsi sentire, ma aveva il sapore appagante delle giornate vissute fino in fondo, di quelle che soltanto la spensieratezza di quegli anni e la compagnia degli amici sanno lasciare addosso.
 
Raggiungemmo Librizzi intorno alle 13,30. La piazza era ancora animata da piccoli gruppi di persone che conversavano all'ombra, mentre qualcuno rincasava lentamente con la sporta della spesa. Ci fermammo anche noi per qualche minuto, più per il piacere di prolungare quella compagnia che per una ragione precisa. Bastava restare lì, scambiando ancora qualche parola, per avere la sensazione che la mattinata non fosse ancora finita.
 
Poi, come accadeva nei mesi estivi, il paese cambiò volto. Nel volgere di pochi minuti la piazza, fino a un attimo prima vivace e rumorosa, si svuotò, lasciando spazio al silenzio, interrotto soltanto dal frinire incessante delle cicale e dall’occasionale abbaiare di un cane in lontananza. A quell’ora anche i rumori più comuni sembravano acquistare una forza diversa: il passo di chi rientrava risuonava sulle antiche basole con un’eco nitida, rimbalzando tra i muri di pietra, mentre il cigolio di una persiana o il battente di una porta che si richiudeva parevano scandire il lento addormentarsi dell’abitato. Persino il vento sembrava trattenere il respiro, come se rispettasse quel momento di quiete assoluta in cui Librizzi si raccoglieva nel silenzio dei suoi vicoli, lasciando che il caldo del primo pomeriggio avvolgesse ogni angolo.
 
Quando anche l’ultimo brusio si spense, lasciai la piazza alle mie spalle e affrontai la breve salita che, in poche decine di metri, conduceva all’imbocco di via Forgia Superiore. Da quel momento il cammino assumeva un ritmo diverso. Le grandi pietre chiare che ne lastricavano il fondo, levigate dal passaggio di intere generazioni, accompagnavano ogni passo verso l’alto. Già alla prima curva lo sguardo poteva spaziare sul vallone che scendeva ai piedi della piazza, mentre di fronte si stagliava Monte Ilici e, più in là, nelle giornate limpide, il Mar Tirreno si confondeva con il cielo, lasciando affiorare, sospese sull’orizzonte, le sagome delle Isole Eolie.
 
Da quel punto in avanti, l'ambiente mutava aspetto. Il tracciato principale si diramava in un dedalo di viuzze, passaggi stretti, scalinate di pietra consumate dal tempo e improvvisi slarghi che sembravano nati più dall'adattamento dell'uomo alla montagna che da un preciso disegno urbanistico. Il quartiere Forgia Superiore, uno dei nuclei più antichi di Librizzi, conservava ancora l'impronta dei secoli trascorsi: un intreccio di case addossate l'una all'altra, costruite quasi a sorreggersi reciprocamente, oltre le quali, più in alto, il bosco di pini sembrava vegliare sull'intero abitato.
 
Soprattutto nelle giornate di sole implacabile, ogni salita aveva il suo prezzo. Le facciate delle case, investite dalla luce quasi a perpendicolo, restituivano il calore accumulato nelle ore centrali del giorno, e proseguire lungo quella strada significava rallentare il passo, cercando con lo sguardo la sottile striscia d’ombra proiettata da un balcone o da un cornicione. Eppure, anche nelle ore più calde, l’aria conservava qualcosa di inconfondibile: il profumo della campagna assolata si mescolava all’odore del legno stagionato dei portoni, del basilico coltivato nei vasi e del sugo che sobbolliva dietro le finestre socchiuse. Di tanto in tanto una lieve brezza risaliva dal vallone e bastava a regalare un istante di sollievo, portando con sé i rintocchi delle campane che scandivano le ore e le voci delle donne che si richiamavano da una casa all’altra, senza bisogno di alzare troppo il tono.
 
Davanti a numerosi portoni si aprivano le “vinedde”: piccoli spiazzi ricavati lungo il pendio, pavimentati con le stesse pietre della via e delimitati dagli edifici vicini. Più che semplici cortiletti, erano il naturale prolungamento della vita domestica, uno spazio condiviso dove, durante il giorno, il quartiere continuava a vivere all’aperto. Qui si sgranavano fagioli, si rammendavano vestiti, si raccontavano storie ai bambini e i vicini entravano e uscivano con la naturalezza di chi si sentiva parte di un’unica grande famiglia. Ognuna aveva una propria anima. Alcune diventavano il ritrovo degli abitanti del vicinato: dopo cena vi si portavano le sedie per godere del fresco della sera e lasciare che le ore scorressero lentamente, tra ricordi, racconti e lunghe pause. Altre, invece, custodivano il silenzio di edifici ormai chiusi, con le imposte serrate e qualche ciuffo d’erba che affiorava tra le crepe dei vecchi muri, discreta testimonianza dell’emigrazione che, anno dopo anno, aveva lentamente svuotato il quartiere.
 
Era quello il contesto in cui avevo trascorso tante delle mie giornate: un luogo dove ogni gradino aveva un nome, ogni muro custodiva un ricordo e ogni vicolo conduceva, prima ancora che a una casa, a una persona. Bastava sedersi davanti all’uscio perché qualcuno passasse, si fermasse a scambiare due parole, invitandoti così a condividere un frammento del proprio tempo. In quartieri come quello di Forgia Superiore la distanza fra le abitazioni si misurava in pochi metri, ma quella fra le persone era ancora più breve.
 
Arrivato a casa, benché il pranzo fosse già pronto, non ebbi nemmeno la forza di sedermi a tavola. Mi distesi sul letto, sopraffatto dalla stanchezza. Le lunghe ore trascorse sotto il sole e le continue nuotate avevano lentamente esaurito ogni energia e, per quanto giovani ci sentissimo, anche il corpo reclamava il suo inevitabile riposo. Quando riaprii gli occhi erano ormai quasi le sette di sera. Dopo aver bevuto un caffè uscii sulla soglia e mi avviai verso il muretto del piccolo slargo antistante, per sedermi qualche minuto e assaporare lentamente una sigaretta. Stavo per rientrare quando sentii pronunciare il mio nome. «Peppuccio, veni cca ca parramu!» Mi voltai e vidi Enzo Luca, a pochi metri di distanza, che con un cenno della mano mi invitava a raggiungerlo.
 
Attraversai il breve tratto che separava le nostre abitazioni e me lo ritrovai davanti con l'immancabile canottiera bianca, appoggiato con aria rilassata all'ingresso di casa. Sul volto spiccavano profonde occhiaie, inequivocabile traccia di una notte trascorsa più a vivere che a dormire. Eppure, quei segni non riuscivano a intaccare la sua vitalità: gli occhi conservavano la loro vivacità e l'espressione aperta e sorridente restituiva l'immagine di un ragazzo ancora pieno di entusiasmo e di voglia di vivere.
 
Enzo aveva qualche anno più di me. Da tempo viveva in Lombardia, dove il lavoro lo aveva condotto, ma apparteneva a quella schiera di emigrati che, pur costruendosi una vita lontano dalla Sicilia, non avevano mai allentato il legame con il paese natale. Ogni estate ritornava puntualmente a Librizzi, quasi a ristabilire un equilibrio interrotto dai mesi trascorsi lontano. Solo qualche lieve inflessione acquisita negli anni, che gli sfuggiva di tanto in tanto senza che lui stesso se ne accorgesse, ricordava la sua esperienza fuori dalla Sicilia; per il resto il suo parlare era rimasto quello di sempre. Passava con naturalezza dal dialetto librizzese all'italiano, alternando i due registri con una spontaneità che rendeva il discorso vivace e piacevole, senza mai apparire artificioso.
 
Fisicamente era di statura media, con una corporatura asciutta e un viso che gli conferiva un'aria sempre disinvolta. Aveva però una caratteristica che lo distingueva immediatamente dagli altri ragazzi del paese: una cura dell'abbigliamento particolare. Anche nella più assoluta informalità riusciva a mostrare uno stile personale, elegante senza ostentazione, quasi istintivo. Non seguiva la moda: spesso la anticipava. Non a caso in paese tutti lo conoscevano con il soprannome di “Charmant”, che nella pronuncia popolare librizzese finiva quasi sempre per trasformarsi nel più familiare “Sciarman”. Un nomignolo nato probabilmente per ironia, ma che, col passare del tempo, gli era rimasto addosso fino a identificarsi con la sua stessa personalità.
 
Fu probabilmente il primo giovane di Librizzi a presentarsi in piazza con delle scarpe bombate in punta, ornate sul dorso da una piccola medaglia metallica e rigorosamente indossate senza calze. Un dettaglio che allora appariva insolito e che, nel giro di poche settimane, divenne oggetto di imitazione. Piacquero talmente tanto che anch'io finii per desiderarne un paio e mia madre, per accontentarmi, le acquistò nel negozio di calzature di Ciccino Muscarà. Una sera arrivò in piazza indossando una sahariana color beige. Al suo fianco c'era il nipote Gaetanino, vestito in maniera pressoché identica. In una realtà come quella di Librizzi, dove le mode arrivavano in ritardo, bastò quella apparizione perché gli sguardi si posassero su di loro e si levasse subito qualche commento: «Talia com'è vistutu Sciarman!».
 
Ma ciò che più colpiva non era il modo di vestire. Era la sua capacità di stare in mezzo agli altri. Possedeva il raro talento di trasformare qualsiasi conversazione in un piccolo spettacolo. Bastava che iniziasse a raccontare un episodio, a imitare un personaggio o a infilare una delle sue battute perché il gruppo gli si stringesse spontaneamente attorno. Parlava con naturalezza, senza mai cercare di imporsi, eppure riusciva sempre a catturare l'attenzione di tutti. Quando concludeva uno dei suoi racconti, immancabilmente seguiva una fragorosa risata collettiva. Per noi ragazzi rappresentava una presenza attesa, uno di quelli che bastavano da soli a rendere più allegra una serata trascorsa in piazza.
 
Enzo mi disse che si era alzato da poco anche lui e, con la naturalezza di chi non aveva bisogno di troppi preamboli, mi confessò di avere una gran fame, chiedendomi se avessi voglia di fargli compagnia davanti a un piatto di pasta. Accettai senza esitazione. Chiamò la madre, che comparve sulla soglia come se aspettasse quella richiesta, chiedendole di prepararci degli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Un piatto povero solo in apparenza, perché in quelle case non rappresentava un ripiego, ma una certezza.
 
Il tempo necessario alla cottura trascorse senza che ce ne accorgessimo, accompagnato dalle nostre chiacchiere e dal profumo che, poco alla volta, cominciò a diffondersi dalla cucina: l’olio che sfrigolava nella padella, l’aglio che prendeva colore, il peperoncino che pizzicava piacevolmente l’aria, annunciando uno di quei sapori semplici capaci di risvegliare immediatamente l’appetito. Pochi minuti dopo la madre di Enzo riapparve sulla soglia con un piatto colmo di spaghetti fumanti. Lo posò sul piccolo tavolino sistemato al centro della “vinedda”, davanti alle due sedie impagliate sulle quali ci eravamo già accomodati, quindi porse a ciascuno di noi una forchetta, senza aggiungere una parola.
 
Rimasi per un attimo interdetto: avevo immaginato due piatti, non uno solo. Ma bastò poco per comprenderne il senso, e ciò che inizialmente mi era sembrato insolito assunse una diversa evidenza. Quel modo di stare a tavola non era frutto di distrazione né di parsimonia: esprimeva un’abitudine profonda, che non conosceva confini netti tra il mio e il tuo. Prendere il cibo da quella stessa portata significava riconoscersi parte dello stesso luogo, della stessa storia, della stessa gente. Un gesto semplice, forse antico quanto il paese stesso, che nessuno aveva mai sentito il bisogno di spiegare. Non si trattava di una mancanza né di una rinuncia, bensì di un altro modo di stare insieme. Nulla veniva separato: tutto era offerto a entrambi, come in un rito antico che non aveva bisogno di spiegazioni. Forse un’abitudine tramandata senza una memoria precisa, un’eco lontana delle dominazioni che avevano attraversato la Sicilia, simile al couscous consumato in comune in altre terre affacciate sullo stesso mare.
 
Così cominciammo a mangiare, facendo attenzione a non intralciarci a vicenda. Era un movimento spontaneo, dettato più dall'abitudine che da una regola, come se quel piatto fosse stato da sempre destinato a due persone. Enzo arrotolava la pasta con gesti rapidi e sicuri, mentre io, dopo l'iniziale sorpresa, mi adeguai con assoluta naturalezza a quella silenziosa coreografia fatta di movimenti istintivi e perfettamente coordinati. In quel piatto c’era Librizzi, c’erano le cucine aperte, le porte socchiuse, la fiducia implicita tra le persone. C’era un modo di vivere che oggi chiameremmo con parole importanti, ma che allora era solo normalità.
 
Il primo boccone sprigionò immediatamente tutto il carattere di quella preparazione tanto semplice quanto irresistibile. L'aglio, appena imbiondito nell'olio, aveva ceduto il suo profumo senza prevalere sugli altri sapori; il peperoncino, dosato con mano esperta, regalava una piacevole vivacità che si diffondeva lentamente sul palato, invitando a prendere subito un'altra forchettata. L'olio avvolgeva gli spaghetti con una lucentezza discreta, esaltandone la consistenza e il gusto. Erano ingredienti umili, quelli che non mancavano mai nelle dispense delle famiglie siciliane, eppure era sufficiente unirli perché regalassero sapori intensi e autentici. Mangiavamo senza fretta. Gli spaghetti si avvolgevano lentamente e, quando il calore lo consigliava, bastava soffiarvi sopra un istante prima di portarli alla bocca. Di tanto in tanto le forchette finivano per incrociarsi nello stesso punto del piatto, ma un lieve movimento della mano permetteva all’altro di ritrovare subito il proprio spazio. Le chiacchiere continuavano e, quasi senza accorgercene, il piatto si svuotava.
 
A poco a poco la conversazione si spostò, inevitabilmente, sui programmi della serata. Le possibilità erano quelle che allora facevano parte delle nostre abitudini: una passeggiata in piazza, dove avremmo certamente ritrovato gli amici; una puntata a Nasidi, per trascorrere qualche ora all’aperto, a parlare del più e del meno e a lasciar scorrere la serata senza un programma preciso; oppure la ricerca di qualcuno disposto a mettere a disposizione l’automobile per raggiungere una delle discoteche della costa. La Pineta di San Giorgio, immersa tra gli alberi e illuminata da luci colorate che filtravano attraverso i pini, esercitava su tutti noi un fascino particolare. La musica, le nuove conoscenze e i primi timidi corteggiamenti sembravano dare forma ai desideri di una generazione che si affacciava alla vita con curiosità e leggerezza.
 
Quando anche l’ultimo spaghetto scomparve dal piatto, rimase sul tavolino soltanto un velo d’olio punteggiato da qualche frammento di aglio e di peperoncino. Tuttavia ciò che più di ogni altra cosa è rimasto legato a quel tardo pomeriggio non è il sapore di quella semplice pietanza, né la decisione presa su come trascorrere le ore successive. È soprattutto quella singolare maniera di stare a tavola a conservare il significato più profondo: il simbolo di un modo di vivere che allora ci apparteneva senza bisogno di essere definito. Non era il piatto a essere diviso, ma il cibo a essere condiviso. Una differenza apparentemente sottile, ma che racchiudeva un modo diverso di intendere i rapporti tra le persone: non la separazione di ciò che ciascuno aveva, ma la naturale disponibilità a mettere qualcosa in comune. Nessuno avrebbe usato parole come convivialità, tradizione o identità culturale. Non c’erano concetti da spiegare né significati da ricercare. Si stava insieme, si mangiava insieme, semplicemente perché quello era il modo spontaneo di stare con gli altri.
 
Forse tutto questo affondava le proprie radici molto più lontano di quanto potessimo immaginare, sedimentato nei secoli dalle tante civiltà che avevano attraversato la Sicilia, lasciando tracce non soltanto nell'architettura, nella lingua o nelle tradizioni, ma anche nelle consuetudini più semplici della vita quotidiana. Mangiare dallo stesso piatto sopravviveva nelle case senza bisogno di essere spiegato: era un modo spontaneo di stare insieme, nel quale il cibo non serviva soltanto a saziare la fame, ma diventava un'espressione di fiducia, familiarità e appartenenza.
 
Seduti in quella “vinedda”, Enzo e io non pensavamo certo a tutto questo. Stavamo semplicemente mangiando un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino. Eppure, senza esserne consapevoli, condividevamo un'antica consuetudine che nessuno ci aveva mai insegnato, perché apparteneva a quelle cose che si imparano semplicemente vivendole.
 
Giuseppe Arlotta
27 luglio 2026

2 commenti:

  1. Pippo pubblica un libro, questi racconti sono bellissimi

    RispondiElimina
  2. ah... Enzo... le cose che si imparano semplicemente vivendole...

    RispondiElimina