Ci sarà un giorno in cui i ragazzi di oggi diventeranno vecchi. Avranno i capelli bianchi, cammineranno più lentamente e, seduti accanto ai propri figli o ai nipoti, cominceranno a rievocare la giovinezza. È una scena che appartiene a ogni generazione: prima o poi il passato diventa il luogo nel quale si torna quando il presente si restringe e il futuro non offre più lo stesso spazio. I vecchi hanno sempre raccontato ciò che avevano vissuto, sofferto o perduto. Hanno parlato di guerra e di fame, di emigrazione e di lavoro, di famiglie numerose, di padri severi, di amori, di mestieri appresi con fatica, di viaggi fatti con pochi soldi, di amicizie durate una vita e di errori dai quali avevano imparato. Anche chi non aveva compiuto nulla di straordinario possedeva spesso una piccola epopea personale, perché vivere significava misurarsi con qualcosa e lasciarsi trasformare da ciò che accadeva. Ed è proprio pensando alle nuove generazioni che viene spontaneo chiedersi quale sarà, fra cinquant’anni, la materia dei loro racconti.
Che cosa resterà, quando la giovinezza sarà lontana, delle interminabili partite alla PlayStation, delle notti davanti a uno schermo, delle sfide virtuali e dei punteggi inseguiti con tanta ostinazione? Quale significato avrà, nella memoria di un settantenne, uno scontro dopo una partita di calcio? Quale idea di onore potrà essere trasmessa raccontando di un’aggressione compiuta in dieci contro uno, di una bottiglia svuotata per non sentirsi diverso dagli altri, di un coltello mostrato per intimidire qualcuno, di una serata vissuta in un locale perché lì andavano tutti, o del concerto di un effimero trapper? Non sono questi episodi, presi singolarmente, a essere significativi: ogni generazione ha avuto le proprie passioni, le proprie mode e le proprie leggerezze. Il problema nasce quando l’episodio sostituisce l’esperienza, l’eccesso viene scambiato per avventura e l’appartenenza al branco diventa una forma di identità.
La nostra epoca ha trasformato l’esistenza in una vetrina permanente. Non basta più vivere qualcosa: occorre mostrarlo, documentarlo, condividerlo e possibilmente riceverne una conferma. Ogni esperienza sembra avere bisogno di un pubblico e persino i momenti più intimi rischiano di perdere il loro significato se non possono essere esposti agli occhi degli altri. L’apparire ha assunto un’importanza che spesso supera quella dell’essere e il giudizio altrui è diventato una misura del proprio valore. Si costruisce un’immagine, la si espone e si attende una reazione che confermi implicitamente di esistere, contare, appartenere. Il consenso diventa così una sorta di specchio nel quale riconoscersi, mentre l’assenza di attenzione può essere vissuta come una forma di esclusione. Non è più sufficiente sapere chi si è: sembra necessario dimostrarlo continuamente, attraverso ciò che si indossa, i luoghi che si frequentano, le persone che si incontrano, le opinioni che si esibiscono e persino il modo in cui si sceglie di trasgredire. Così un ragazzo può imparare molto presto come presentarsi al mondo e molto meno chi possa essere quando il mondo non lo guarda. La personalità rischia di diventare un prodotto da aggiornare e l’esistenza una sequenza di immagini da raccontare mentre viene vissuta. E quando la propria identità viene costruita soprattutto attraverso lo sguardo degli altri, diventa sempre più difficile distinguere ciò che nasce da una scelta autentica da ciò che è stato semplicemente suggerito, imitato o imposto dalle aspettative altrui.
Anche la ribellione, paradossalmente, è finita dentro questo meccanismo. Ciò che viene proposto come trasgressivo viene spesso consumato proprio per sentirsi diversi, mentre il gruppo, il mercato e gli algoritmi suggeriscono gusti, desideri e comportamenti. Si può così avere l’impressione di scegliere liberamente quando, in realtà, si stanno soltanto seguendo percorsi già tracciati. È una libertà soltanto apparente, perché per distinguersi si finisce spesso per fare ciò che fanno tutti. La vera anomalia, oggi, potrebbe essere proprio sottrarsi a questa logica: accettare di non essere continuamente osservati, approvati e riconosciuti, conservare qualcosa di sé che non abbia bisogno di essere esposto, lasciare che una parte della propria vita rimanga invisibile agli altri. Una cosa è esibire la propria presunta diversità, altra è sottrarsi interiormente al dominio della massa e conquistare uno spazio nel quale l’individuo possa tornare padrone di sé. Una simile ribellione non ha bisogno di spettatori né di approvazione: chiede distanza, disciplina e soprattutto il coraggio della solitudine. Quella contemporanea, troppo spesso, non chiede di rinunciare a nulla, ma soltanto di aderire a un nuovo modello e di mostrarlo. Il paradosso è che persino ciò che nasce con l’intenzione di rompere gli schemi può diventare conformista quando viene trasformato in moda.
Forse il limite più serio è l’incapacità di alternare il futile al necessario, il divertimento all’impegno, la leggerezza alla riflessione. Una giovinezza dovrebbe poter passare da una serata spensierata a un libro, dal gioco allo studio, dalla compagnia degli amici alla solitudine necessaria per pensare. Invece sembra affermarsi una continuità senza pause, nella quale ciò che diverte occupa ogni spazio e quello che richiede concentrazione, disciplina o fatica viene percepito come un’inutile intrusione. Non è più soltanto il modo di trascorrere il tempo a essere cambiato: sembra essersi smarrita la capacità di attribuirgli un valore diverso.
Ed è qui che il problema riguarda la formazione. Una società nella quale si legge poco, si studia male e si riflette sempre meno rischia di produrre persone informate su tutto e consapevoli di poco. Possono conoscere ogni personaggio diventato famoso in rete, seguire una quantità infinita di polemiche e riconoscere immediatamente una canzone o un influencer, ignorando però gli uomini, le idee e le opere che hanno contribuito a costruire il mondo nel quale vivono. Non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato: anche le generazioni precedenti avevano ignoranza e superficialità. Ma esisteva più chiaramente l’idea che la cultura servisse a formare una persona, che un libro potesse modificare un modo di pensare e che una discussione avesse il tempo necessario per arrivare a una conclusione. Oggi tutto sembra sottoposto alla legge della velocità: si reagisce prima di comprendere, si giudica prima di conoscere, si prende posizione prima di aver ascoltato.
Eppure c’è una domanda più difficile di tutte: che uomo o donna voglio diventare? Ci si può chiedere che cosa si desidera avere e dove si vuole andare, senza arrivare mai a riflettere davvero su chi si vuole essere. Ed è forse questo che manca più spesso a chi è cresciuto in una società nella quale ogni desiderio sembra legittimo purché possa essere immediatamente soddisfatto. La libertà, privata della responsabilità, rischia di ridursi alla semplice possibilità di seguire ogni impulso; e chi non sa governare se stesso finisce facilmente condizionato da ciò che lo circonda.
Nei vecchi di domani c’è una forma di povertà ancora più profonda: l’impreparazione con cui molti affrontano il rapporto con la propria storia e la propria identità. Ignorare le proprie radici significa non avere gli strumenti culturali per comprendere ciò che arriva da fuori e per confrontarsi con esso con consapevolezza. Non occorre difendere tutto ciò che appartiene al passato, perché ogni eredità contiene errori e contraddizioni, ma bisogna almeno conoscerla. Altrimenti il confronto con altre culture e religioni rischia di avvenire senza la capacità di coglierne differenze e conseguenze. L’Occidente ha progressivamente svuotato di significato il proprio patrimonio cristiano e rischia così di assistere a trasformazioni profonde senza possedere più il linguaggio necessario per decifrarle. Non è, per esempio, l’incontro con l’islam, in sé, a costituire una minaccia, né la presenza di una fede diversa dovrebbe essere automaticamente vissuta come tale. Il rischio nasce quando una società non sa più da dove proviene e quali valori considera essenziali. Quando viene meno la capacità di trasmettere ciò che si è ricevuto, ciò che resta può essere occupato da altri.
Il contesto giovanile della società attuale è segnato, per molti, dalla difficoltà di dare un significato a ciò che si vive. Sono individui che rischiano di arrivare alla vecchiaia con molto da ricordare e poco da trasmettere. Sarà forse allora che il tempo avrà ridimensionato molte delle certezze e delle priorità che oggi sembrano assolute; non basterà possedere un archivio sterminato di immagini per avere una storia da raccontare. Le fotografie potranno conservare volti, luoghi e momenti, ma non potranno restituire ciò che quelle esperienze avranno realmente lasciato dentro una persona. Sarà allora che emergerà la differenza tra un’esistenza semplicemente attraversata e una vita capace di lasciare un segno: non sarà sufficiente aver collezionato esperienze e sensazioni, ma bisognerà aver dato un significato a ciò che si è vissuto. Così, dopo molti anni, il giovane d’oggi, ormai anziano, si troverà di fronte a una nuova generazione e scoprira'che non tutto cio' che allora gli sembrava importante avra' avuto lo stesso peso.
Alcune tracce saranno rimaste vive perché avranno contribuito a formarlo; altre appariranno per quello che erano, soltanto episodi consumati e dimenticati. E sarà difficile ricavare un insegnamento da un percorso nel quale non ci si sarà mai chiesti quale fosse il proprio posto nel mondo. Perché non si trasmette soltanto ciò che si è fatto, ma soprattutto il modo in cui si è scelto di vivere.
Con il tempo, le mode passeranno, i nomi oggi celebrati diventeranno sconosciuti e molte delle cose che sembravano indispensabili perderanno ogni valore. Rimarrà la persona che quelle esperienze avrà saputo trasformare in qualcosa di più. E davanti ai nipoti la domanda non sarà quanto si sia divertita, quante persone l’abbiano seguita o quanti luoghi abbia frequentato, ma che cosa abbia lasciato dietro di sé: un’idea, un esempio, un gesto, un sacrificio, una forma di dignità. Perché la vita non è ciò che siamo riusciti a mostrare mentre eravamo giovani, ma ciò che rimane di noi quando la giovinezza è finita. E forse questa sarà la scoperta più amara dei vecchi di domani: aver avuto infinite occasioni per essere visti e troppo poche per diventare qualcuno.
Giuseppe Arlotta
2 settembre 2026
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