venerdì 13 febbraio 2026

GIUSEPPE ARLOTTA: PERCORSI LIBRIZZESI (PRIMA PARTE ): LA FONTANELLA - Geografie della memoria


 

                              Percorsi librizzesi (Prima parte): La Fontanella
 
                                                   Geografie della memoria
 
C’erano estati, a Librizzi, in cui il sole sembrava non voler mai tramontare, e le giornate si dilatavano come pagine di un romanzo che nessuno aveva fretta di chiudere. Il tempo non aveva ancora imparato a correre e le ore scivolavano lente, adagiate una sull’altra, mentre la luce restava a lungo appesa alle facciate delle case, ai balconi colmi di gerani, ai panni stesi che si muovevano appena. Anche l’aria pareva trattenere il respiro, come se il paese intero fosse sospeso in un’attesa gentile.
 
I giorni più caldi li si trascorreva seguendo un flusso quasi rituale: salire lungo via Fontanella, attraversando quel tratto di paese che, visto da lontano, pareva una scalinata di pietre addormentate, fino a raggiungere l’ultimo slargo, là dove la strada sembrava finire e invece iniziava un piccolo mondo. Quel cammino era già parte dell’esperienza: il rumore secco dei passi sulla pietra, i saluti gridati da una finestra, l’odore del sugo che sobbolliva annunciando il pasto imminente.
 
Era una fonte che i paesani chiamavano “a Funtanedda”, modesta solo in apparenza, eppure regina silenziosa delle nostre giornate. Non aveva bisogno di indicazioni a guidare il cammino: era la memoria del paese, più di qualunque segnale, a condurre fin lì. Bastava la presenza costante di qualcuno, a qualsiasi ora, perché quel luogo fosse vivo.
 
L’acqua, scorrendo senza fretta dal beccuccio di ferro, creava un mormorio continuo, una sorta di ninnananna liquida che si intrecciava allo stormire delle fronde, le stesse che garantivano ombra per gran parte della giornata. Quel suono colmava gli spazi vuoti, accompagnava le conversazioni, rendeva naturali anche i silenzi.
 
La Fontanella aveva una frescura tutta sua, non concessa dal vento ma generata dalla presenza stessa dell’acqua, come se dalla sorgente emanasse una lieve brezza, quasi un respiro. Bastava avvicinarsi per sentire il corpo distendersi, le spalle rilassarsi, il caldo del paese restare indietro, improvvisamente lontano.
 
Accanto alla fonte, una vasca in pietra, la “gibbia”, antica più delle facciate vicine, raccoglieva l’acqua in un bacino all’apparenza immobile, sul quale galleggiavano puntini neri in continuo movimento: girini che attraversavano quel microcosmo con traiettorie nervose, disegnando zigzag imprevedibili. Osservarli era un esercizio di pazienza e di immaginazione; ci si perdeva dietro a quei movimenti minimi, come se lì dentro fosse custodito un segreto.
 
Sul bordo, tra i muschi e i licheni che tingevano il fondo di infinite sfumature di verde, si avvertiva un sentore umido di erbe macerate, un odore che apparteneva solo a quel luogo e che, una volta riconosciuto, non si dimenticava più. Era un odore che restava addosso, si mescolava al sudore e al sapone di casa, diventando parte del ricordo.
 
In tempi ormai sfumati nella memoria, quella stessa vasca aveva dissetato muli e asini, compagni silenziosi dei contadini che rientravano dalle terre lontane, con le some pesanti e la pazienza negli occhi. Pareva che la pietra avesse trattenuto il passo lento di quegli animali, come un’eco muta sotto i piedi.
 
Da sempre, la Fontanella era un piccolo crocevia sociale: un punto di ritrovo spontaneo, un luogo dove le notizie correvano più veloci dell’acqua stessa. Lì si sapeva chi stava per partire, chi era tornato, chi si era fidanzato. C’era anche chi preferiva restare in silenzio, ascoltare con discrezione e lasciare ad altri il compito di alimentare le voci, in quello che, senza mai dichiararlo, veniva considerato un vero atelier del pettegolezzo del paese.
 
Le mamme mandavano i figli con i “bummuli”, quei recipienti di terracotta capaci di conservare la freschezza come un dono prezioso; i ragazzini, invece, si improvvisavano apprendisti chimici, portando con sé bottiglie con il tappo a chiusura meccanica e bustine di idrolitina, cristallina o frizzina, o le mitiche aranciate “fai da te” comprate nel negozio di Italia e Natalino.
 
Bastava aprire la confezione, versare la polvere d’arancia liofilizzata, le due fialette aromatizzanti e coloranti e, per completare il rito, aggiungere l’acqua fino all’orlo: tappo ben chiuso e poi l’agitare frenetico della bottiglia, che diventava una piccola bomba effervescente pronta a esplodere in mille bollicine. In quei momenti la Fontanella si trasformava in un laboratorio improvvisato: l’aria si riempiva di un odore pungente e dolciastro, le dita restavano appiccicose, le risate rimbalzavano tra pareti e fronde.
 
La Fontanella, però, non era solo un luogo di passaggio: era il palcoscenico di mille sfumature dell’adolescenza. Qui si imparava a stare insieme, a osservare senza farsi notare, a interpretare un sorriso o uno sguardo appena più lungo del necessario.
 
Verso il tramonto, quando le famiglie si radunavano attorno alle tavole e il vociare del paese si attenuava, quel posto cambiava volto. Il cielo si faceva morbido, l’acqua rifletteva le ultime luci del giorno e tutto sembrava più vicino.
 
La penombra scendeva lenta sulla vasca e il sentiero pareva farsi più intimo, come se avvolgesse chi vi si trovava in un velo di discrezione complice. I lampioni erano troppo lontani per disturbare l’atmosfera e, in quell’ora sospesa, capitava di scorgere qualche coppietta che trovava il coraggio di appartarsi non per chissà quali ardimenti, ma per scambiarsi parole che durante il giorno restavano impronunciabili, o per progettare appuntamenti che non di rado si fissavano per l’indomani a Patti, con la scusa di un acquisto da fare.
 
E approfittando di quei rari momenti in cui, oltre a loro, non c’era anima viva, si guadagnava forse il tempo per qualche frase sussurrata: una rassicurante «Non ti scantari, chi non veni nuddu», oppure un più tenero «ti vogghiu beni», talvolta seguito da un bacio fugace, breve come il luccichio di una lucciola, a suggellare l’intesa per il giorno dopo. Erano attimi minuscoli e assoluti, capaci di restare impressi per una vita intera.
 
Ma bastava un lieve fruscio di passi in lontananza, una voce smorzata dal vento, perché i due si separassero all’istante, con una rapidità che oggi farebbe sorridere, ma che allora appariva necessaria, quasi dettata da un istinto di cautela appreso vivendo: ciascuno da una parte, con l’aria indifferente di chi si trova lì soltanto per approvvigionarsi d’acqua.
 
E anche noi, ragazzi e ragazze di quegli anni, ci muovevamo a gruppi o in coppiette maldestre, inventandoci scuse per arrivare fin laggiù: un “bummulu” da riempire, una bustina da sciogliere, un amico da raggiungere, un pettegolezzo da verificare. In realtà inseguivamo la sensazione di libertà che solo quel luogo sapeva offrire, lontani dall’eco giudicante delle case e più vicini alla parte spontanea di noi stessi.
 
Quelle passeggiate non erano semplici tragitti: erano confessioni in movimento, scenette buffe, timidezze intrecciate, prime complicità. A volte qualcuno restava indietro apposta, per camminare accanto alla persona giusta anche solo per pochi metri.
 
Era un modo per conoscere il mondo senza allontanarsi dal paese, una maniera per crescere dentro un universo in miniatura che, a uno sguardo frettoloso, poteva sembrare ristretto, e invece custodiva tutto: amicizie, amori, battute sussurrate, segreti condivisi e quel pizzico di innocente malizia che rendeva le estati lunghe e luminose. Si imparava che bastavano poche cose essenziali, vissute nel momento giusto, per sentirsi in equilibrio con se stessi e con gli altri.
 
Oggi la Fontanella non è più solo una sorgente d’acqua — mi hanno detto che non è più potabile — ma resta un simbolo, un luogo che continua a vivere dentro chi vi è passato  nelle sere d’estate, quando la luce si faceva morbida e l’acqua viva  proseguiva il suo canto discreto,testimone muta di giorni capaci di essere semplici e, allo stesso tempo, profondi.
 
Col tempo, la memoria torna a quel posto non soltanto come a una fonte o a uno spazio preciso, ma come a un modo di stare al mondo che non esiste più se non nel ricordo. La Fontanella diventa allora una soglia: tra la gioventù e ciò che è venuto dopo, tra il paese che eravamo e quello che siamo diventati. In quel filo d’acqua che scorreva senza tregua c’era già il tempo che passava, anche se non sapevamo ancora riconoscerlo; c’era la promessa del cambiamento e, insieme, il desiderio che nulla mutasse davvero. Tutto è andato avanti, le strade si sono svuotate, le voci si sono fatte lontane, eppure quel luogo esiste ancora intatto in chi lo ha abitato anche solo per una stagione. Perché certi posti non servono a dissetare il corpo, ma a insegnare, senza parole, che la felicità può essere breve, condivisa, silenziosa, e che basta una sorgente, un’ombra e qualcuno accanto per sentirsi, almeno una volta nella vita, esattamente dove si dovrebbe essere.
 
Giuseppe Arlotta
 
11 febbraio 2026
 

Nessun commento:

Posta un commento