venerdì 30 gennaio 2026

GIUSEPPE ARLOTTA: IL CIELO IN UNA STANZA (Memorie di un tempo che mi ritrova e di un'isola che non smette di chiamare )

              




               IL CIELO IN UNA STANZA

 

         (Memorie di un tempo che mi ritrova e di un’isola che non smette di chiamare)

 
Ci sono momenti in cui il tempo non appare come una linea, ma come un insieme di zone che si sfiorano. Non si presentano mai davvero isolate: il passato lascia impronte nel presente, il presente modifica la memoria del passato, e il futuro si prepara silenzioso dietro ogni pensiero che formuliamo. Vivere significa attraversare questo intreccio senza mappe precise, cercando di dare un ordine a qualcosa che per sua natura sfugge a ogni definizione stabile. Ogni volta che cerchiamo di capirlo, il tempo si sposta un po’ più in là, come se volesse ricordarci che non siamo noi a contenerlo, ma lui a contenere noi.
 
Il passato è la dimensione che più spesso crediamo di conoscere, perché è già accaduto. Eppure è quella che più di ogni altra si riscrive. Ciò che ricordiamo cambia insieme a noi: dettagli un tempo insignificanti diventano improvvisamente decisivi, mentre eventi che ci sembravano centrali perdono, col tempo, la loro forza. Non esiste un passato immobile; è una materia che lavoriamo senza rendercene conto.
 
Se chiudo gli occhi, il passato prende forma nella mia camera quando abitavo in via Principessa  Mafalda, a Messina. La rivedo come fosse ancora lì, con la libreria che custodiva i primi testi davvero importanti, quelli che hanno aperto crepe nella mia visione del mondo; lo stereo che trattavo quasi come un oggetto sacro; i vinili di Bowie, Deep Purple, King Crimson, Led Zeppelin che giravano lenti mentre cercavo me stesso senza saperlo; la scrivania con il suo disordine ordinato, il fragile equilibrio di fogli, penne, appunti, schede, come se tutto fosse in movimento ma niente davvero fuori posto, un caos che solo io sapevo interpretare; e poi quel manifesto di un concerto di Franco Battiato appeso al muro, che allora era solo un’immagine ma che oggi riconosco come un segnale anticipato del mio futuro modo di essere e di pensare.
 
Quella stanza è un luogo che non esiste più, tuttavia ancora dimora in me. Non è un’immagine ferma: varia col tempo, aggiunge e toglie dettagli, illumina ciò che allora sfuggiva — è un modo per dire chi ero, ma anche per capire da dove nasce la mia identità. Non è nostalgia; è una manifestazione di continuità discreta.
 
Il presente, pur essendo l’unico tempo realmente in corso, è ciò che più rischia di sfuggirci. È troppo vicino per essere compreso e troppo rapido per essere trattenuto. Ciò che viviamo adesso assume un senso solo qualche istante dopo, quando già appartiene al ricordo. Per questo il presente richiede un atteggiamento interiore specifico: una disponibilità silenziosa, un atto di riconoscimento.
 
A volte questa concentrazione si manifesta in momenti apparentemente neutri. Succede, ad esempio, quando resto fermo in auto davanti a un passaggio a livello chiuso, in attesa che un convoglio passi. Il suono dei vagoni e il ritmo metallico delle ruote sui binari risvegliano un ricordo preciso: la prima volta che sono arrivato a Crescentino, era una sera di ottobre del 1980. Un treno affollato di pendolari, con i sedili in legno, l’odore di vecchio nelle carrozze, la sensazione di entrare in una vita che ancora non conoscevo. Quel senso di straniamento misto a curiosità che accompagna ogni inizio.
 
Accade anche quando, ancora oggi, rientro a casa e, quasi senza pensarci, mi fermo davanti allo specchio. È un gesto che ripeto da anni, uguale nel movimento, diverso in ciò che rivela. Mi soffermo su un dettaglio nuovo: un’ombra differente sul volto, una piega che prima non c’era, un riflesso che racconta silenziosamente il passare dei giorni. In quel frammento riconosco quanto sono cambiato rispetto ai miei vent’anni, ma anche quanto di quel tempo continua a parlarmi.
 
Il futuro, invece, è il territorio dell’incertezza. Non perché sia minaccioso, ma perché non offre garanzie. È un orizzonte aperto, che esiste solo nelle nostre ipotesi: progetti, timori, desideri, scenari possibili. Tuttavia, anche se non possiamo prevederlo, gli attribuiamo una forza enorme. È ciò che ci spinge a fare, a provare, a insistere. Anche la più piccola decisione quotidiana è un gesto che guarda avanti. Il domani non è qualcosa che accadrà semplicemente “più tardi”: è una direzione interna, una tensione che accompagna ogni scelta, anche le più minute.
 
Per me, il futuro assume spesso il profilo della Sicilia, arriva sotto forma di un richiamo antico. Le telefonate con gli amici laggiù accendono immagini rimaste intatte per una vita intera: il torrente Boccetta, il Liceo Seguenza, il profumo delle sere d’estate, le vie percorse mille volte, il vento messinese e l’aria salmastra che cambiava tutto senza cambiare nulla. È un viaggio che sento ancora da compiere, una sorta di ritorno necessario, non identico ma rinnovato, come se ogni giro riportasse allo stesso punto con occhi che non sono più gli stessi. Un movimento che si chiude e ricomincia, un tentativo di riallacciare una continuità con ciò che ha accompagnato la mia mente per tutta la vita.
 
Tornare significa rivedere quei luoghi e lasciarsi attraversare da ciò che sanno ancora dire: la luce che scalda le pietre, un cielo che appare sempre uguale eppure non smette mai di mutare, il tempo che si deposita nell’aria. Lasciarsi sorprendere da quanto si è trasformato e da quanto, ostinatamente, è rimasto. È un ritorno che riapre un dialogo mai interrotto, rientrando in una terra che, senza fare rumore, ha continuato ad attendermi.
 
E poi ci sono gli oggetti che collegano tutto. Una fotografia, ad esempio, scattata a Librizzi più di cinquant’anni fa: io con amici cari, con un panorama alle nostre spalle che oggi sembra irreale, tanto era nitido allora. Quella immagine è una porta che unisce momenti distanti. Ogni volta che la guardo rivedo il ragazzo che ero, gli slanci, le leggerezze, le tenerezze, le amicizie che sembravano indistruttibili. Ma ci vedo anche il presente — l’uomo che sono diventato — e il futuro, perché ogni memoria porta con sé la direzione verso cui continueremo a camminare.
 
Se si osservano queste tre dimensioni insieme, si nota che non sono opposte, né parallele. Non ci troviamo “nel presente” come in un blocco isolato, allo stesso modo in cui non ci troviamo “nel passato” o “nel futuro”. Le attraversiamo continuamente in sovrapposizione: il passato fornisce i criteri con cui giudichiamo ciò che accade ora; il presente seleziona quali elementi del passato rimarranno significativi; il futuro, pur essendo ancora immaginario, orienta ogni passo.
 
E così nascono le domande: quanto spazio dedicare ai ricordi? quanto ai progetti? come riconoscere ciò che davvero conta nell’istante che stiamo vivendo? Non esistono risposte definitive. Forse l’unica possibilità è considerare il tempo non come un giudice o un compito da svolgere, ma come la trama stessa della nostra esistenza. Il passato va ascoltato senza esserne prigionieri; il presente va abitato anche quando sembra fragile; il futuro va accolto come promessa, non come minaccia.
 
In fondo, la continuità tra queste dimensioni è ciò che rende la vita un processo e non un evento. Siamo il risultato di ciò che ricordiamo, la somma di ciò che comprendiamo adesso e l’inizio di quello che ancora non conosciamo. Il tempo non è un avversario, né un alleato: è semplicemente il modo in cui accade la nostra storia.
 
E allora mi sorprendo a sentire una gratitudine quieta: per il mio vissuto, per quello che vivo ora, per ciò che ancora mi attende. Perché in mezzo alle ore che scorrono e i ricordi che riaffiorano, continuo a riconoscermi — non come un’anima consumata dal tempo, ma come una presenza che lo accompagna.
 
Quando ripenso alla mia stanza di via  Principessa Mafalda, a un giorno particolare, trascorso ad ascoltare ossessivamente “Song for Guy” di Elton John, ai sedili di legno del treno che mi portava a Crescentino, a quei segni quotidiani che il tempo deposita senza clamore, ai rientri in una Sicilia che non ha mai smesso di aspettarmi e soprattutto, a quella fotografia di Librizzi che ha resistito più di molti giorni vissuti, comprendo che nulla è andato perduto. Il tempo ha solo raccolto, intrecciato e custodito ogni esperienza, ogni dettaglio, lasciando emergere significati che allora non sapevo leggere.
 
Così passato, presente e futuro si intrecciano in un’unica trama: ogni momento trova il suo posto accanto agli altri, e le memorie dialogano con ciò che ancora deve accadere. Sopra i luoghi attraversati, sopra le partenze compiute o solo immaginate, sopra i riflessi che si ridefiniscono e scivolano via, ha sempre vegliato il cielo: un filo silenzioso che lega distacchi e ritorni, attese e desideri, lo stesso cielo che filtrava dalla finestra di una stanza lontana e che non ha mai smesso di seguire il mio cammino. Un cielo che non appartiene a un tempo preciso, ma che resta, discreto e immutabile, a custodire tutto il cielo in una stanza.                                                                  
Giuseppe Arlotta
 
28  gennaio 2026

1 commento:

  1. Librizzi come Recanati
    L'Autore ha la capacita' di intrecciare sapientemente il racconto del Tempo che trascorre con quello della nostalgia del ritorno al Borgo natio. Con una sensibilita' che richiama quella del Poeta di Recanati.
    Giuseppe Frisone, 31.01.2026

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