Nel week end del solstizio d'estate Giuseppe Arlotta torna alla sua Librizzi e ci regala un racconto ammantato di mistero che vi sorprenderà, regalatevi una meritata pausa e godetevi questa accattivante storia
I MISTERI DI LIBRIZZI: LA SEDUTA SPIRITICA
(Gli apprendisti di Peppino u magu)
Quella sera, sospinti da una curiosità inquieta verso tutto ciò che sapeva di mistero, ci eravamo dati appuntamento con Achille, Nino Silvio e Pippo Marziano. Da un paio di giorni non parlavamo d'altro. Bastava pronunciare la parola «spiriti» perché abbassassimo la voce e ci guardassimo intorno, come se qualcuno potesse ascoltarci. L'aria aveva il sapore della fine di agosto, quando il calore del sole lascia spazio a una brezza leggera e le ombre si allungano sui muri come presenze discrete. La piazza era quasi deserta. I festeggiamenti della Madonna della Catena erano finiti da poco e gli emigrati, che avevano trascorso le vacanze estive tra parenti e amici, avevano già ripreso la strada verso le città del Nord o verso l'estero. Il paese tornava lentamente al suo ritmo abituale.
Eravamo in attesa di Pippo, che come sempre si faceva desiderare. L'eccitazione del momento si mescolava a una sottile inquietudine: evitavamo di incrociare troppo a lungo lo sguardo dei pochi altri presenti,quasi custodissimo un segreto troppo fragile per essere condiviso. Fu allora che Arthur, così chiamavamo Pippo Amico, si avvicinò incuriosito dai nostri sussurri. Chiese di cosa stessimo discutendo e, una volta intuito l'argomento, non seppe resistere. Senza un vero motivo, se non quello di condividere l'attesa e il fermento che si era creato attorno a quell'idea, decise di unirsi a noi, prendendo parte a quel progetto confuso che ci intrigava e, al tempo stesso, ci incuteva timore.
L'ignoto esercitava su ragazzi come noi un fascino irresistibile. I racconti degli adulti, ascoltati di nascosto, parlavano di fatti strani, di eventi senza spiegazione, di presenze evocate a mezza voce e poi lasciate cadere con un gesto della mano, come a scacciare un cattivo pensiero. Proprio quell'alone di segretezza rendeva l'idea di una seduta spiritica tanto seducente: ci avrebbe permesso di varcare una soglia proibita, di vivere un'esperienza che sentivamo già significativa, e questo, in fondo, ci bastava.
Tutto era cominciato qualche giorno prima, una notte in cui io e Achille ci eravamo attardati a parlare seduti nell'auto di suo padre, lasciata aperta senza preoccupazioni: erano tempi in cui lo si poteva ancora fare. Il paese dormiva, avvolto da un silenzio compatto, mentre noi, nottambuli incalliti, riempivamo le ore chiacchierando del più e del meno. Non saprei dire quale scintilla avesse deviato il discorso, ma a un certo punto il dialogo scivolò sull'esistenza degli spiriti, così come la vulgata chiamava le anime dei morti. Più ne parlavamo, però, più il confine tra leggenda e realtà sembrava assottigliarsi. Degli episodi, che da sempre popolavano l'immaginario librizzese, ascoltati tante volte senza prestarvi troppa attenzione, acquistavano improvvisamente una consistenza diversa, quasi concreta. Da lì in avanti le parole presero una piega diversa, più grave, e senza accorgercene oltrepassammo quella sottile linea che separa il gusto del racconto dal desiderio di verificare ciò che si teme.
Fu allora che mi tornò in mente una storia che avevo ascoltato più volte da Carmelo Galvagno, originario di Ucria e marito Iolanda sorella di mia madre. «Allo zio, l'avevano detta altri, come accadeva un tempo da quelle parti, dove le storie passavano di bocca in bocca, si arricchivano di particolari e finivano per intrecciarsi alla memoria collettiva.» Appoggiato allo schienale della vettura, con lo sguardo fisso sulla sagoma di Monte Ilici, iniziai a raccontarla ad Achille.
Si diceva che, negli anni Cinquanta, in una fredda notte d'inverno, un giovane di ritorno da Patti, a bordo della sua Fiat 600, avesse dato un passaggio a una ragazza incontrata lungo la strada per i paesi dell'interno. Lei tremava per il freddo e lui le prestò la giacca. La ragazza parlò pochissimo. Gli indicò soltanto dove fermarsi, poco prima di Raccuja, e, prima di scendere, gli disse di tornare il giorno seguente per riprendere l'indumento. Quando il ragazzo si presentò all'indirizzo indicato, una donna anziana gli rivelò che sua figlia era morta da cinque anni. Sconvolto, la seguì fino al cimitero del paese e, davanti a una tomba, riconobbe il volto della giovane incontrata la sera precedente. Ai piedi della lapide, piegata con cura, c'era la sua giacca.
Quando terminai di parlare, per qualche istante rimanemmo in silenzio. Dal finestrino aperto entrava l'odore della notte e usciva il fumo delle sigarette. In lontananza si sentiva soltanto l'abbaiare intermittente di un cane. Poi Achille disse sottovoce: «Sta storia a canusciu puru iò.» Il fatto che conoscesse già quel racconto, ascoltato da una fonte diversa dalla mia, rese tutto ancora più inquietante. Se narrazioni simili continuavano a circolare da un paese all'altro, forse — pensammo senza dircelo apertamente — un fondo di verità doveva pur esserci. Fu proprio quella sensazione, sospesa tra paura e curiosità, ad alimentare il desiderio di spingerci oltre.
Non ci bastava più immaginare o fantasticare: volevamo fare qualcosa, mettere alla prova il mistero e verificare di persona se, dietro q