Da Librizzi a Patti Marina, cronaca d’amore in un giorno d’estate
In quegli anni in cui le comunicazioni telefoniche, soprattutto quelle interurbane, a Librizzi passavano tutte da un unico centralino, mi capitava spesso di trascorrere qualche ora in quella stanzetta angusta, quasi di fronte al negozio di Consalvo Rifici. Era un luogo sospeso nel tempo, impregnato dell’odore caldo della bachelite, del legno consumato e di un vago sentore di polvere elettrica. Lì lavorava Pippo Marziano, amico d’infanzia, che con una naturalezza quasi teatrale infilava e sfilava spinotti, mettendo in comunicazione il Nord Italia con le voci familiari del paese.
Io gli facevo compagnia, o almeno così sembrava. In realtà Pippo era un complice perfetto. «Tranquillu, ci pensu iò», mi diceva a mezza voce, senza nemmeno voltarsi, mentre controllava il pannello del centralino. «A chiamata arriva... all’ura giusta.» Grazie a lui, una telefonata poteva diventare un pretesto, un varco segreto. La ragazza veniva avvisata che a una certa ora sarebbe arrivata una chiamata per lei e tutto avveniva alla luce del sole, in pieno giorno, senza che le malelingue paesane potessero sospettare nulla. Era un sistema ingegnoso e innocente, perfetto per programmare incontri lontani da occhi indiscreti. Fu così che, durante una di quelle finte telefonate, riuscii a mettermi d’accordo con Luisa.
Proprio quel pomeriggio, mentre attendevo con una certa inquietudine il suo arrivo, al centralino fece capolino anche Achille, compagno di infinite avventure e confidente di molti pensieri che, a quell’età, sembravano importantissimi. Da tempo era al corrente dell’attrazione che provavo per quella ragazza, cosa che cercavo inutilmente di tenere nascosta, ma che finiva regolarmente per tradirsi nei miei sguardi e nelle mie distrazioni ogni volta che lei era presente. Appena lo vide entrare, Pippo sorrise e, indicando me con un leggero movimento del capo, gli sussurrò: «Statti mutu... oggi aspettamu na visita speciali.» Achille mi lanciò uno sguardo divertito e si accomodò su una sedia poco distante. Non disse nulla, ma era evidente che avesse capito immediatamente. Del resto conosceva bene l’effetto che Luisa aveva su di me e, da buon amico, aveva deciso di restare lì a condividere quell’attesa che, ai miei occhi, sembrava interminabile.
Faceva particolarmente caldo. L’aria sembrava ferma, densa, e Piazza Catena appariva insolitamente vuota, quasi abbandonata al sole. La pavimentazione chiara rifletteva la luce accecante e il silenzio veniva interrotto soltanto, di tanto in tanto, dal borbottare lontano della marmitta di una vecchia Vespa che risaliva lentamente una delle strade del paese.
Quando, dopo circa mezz’ora, la vidi arrivare, fui attraversato da un’improvvisa agitazione ancora prima che raggiungesse l’ingresso del centralino. Appena entrò ci salutò con la sua consueta cordialità, Pippo incrociò lo sguardo di Achille e, con l’aria di chi aveva perfettamente compreso la situazione, disse: «Achìlle, jemu a fari du passi... cca mi pari ca non semu cchiù necessari.» «Hai ragiuni, Pippo», rispose lui alzandosi. «Megghiu lassari spaziu a cu havi cosi cchiù impurtanti di diri.» I due uscirono scambiandosi un’occhiata complice e si allontanarono lungo la piazza, lasciandoci finalmente soli.
Ci appartammo in un angolo, all’ombra incerta di un muro scrostato. Sentivo il cuore battermi con un’intensità insolita, quasi volesse trovare lui le parole che io non riuscivo ancora a dire. «Luisa... domani mattina», le chiesi, «con la scusa di andare a Patti... ti andrebbe di venire al mare con me?» Lei abbassò lo sguardo, giocherellando con le dita. Ci fu un attimo di esitazione, poi alzò gli occhi e sul suo viso comparve un’espressione che valeva più di qualsiasi risposta. «Va bene», rispose piano. Quel sorriso, che già da tempo mi aveva catturato, sancì un momento che avrei ricordato a lungo. Mai come quel giorno desiderai che il tempo scorresse più in fretta.
La mattina seguente mi ritrovai seduto su uno dei sedili della corriera che da Librizzi portava a Patti. Luisa sedeva qualche fila più avanti, a debita distanza, per non destare sospetti. Ogni tanto incrociavo il suo sguardo riflesso nel vetro del finestrino e quel fugace contatto visivo bastava a riempirmi di un’euforia silenziosa. L’autista affrontava con calma i tornanti che scendevano verso la costa, quasi volesse concedere ai passeggeri il tempo di assaporare il paesaggio. Attraverso i finestrini completamente abbassati entrava un’aria ancora fresca, impregnata del profumo dei noccioleti, della terra e delle piante di rosmarino che crescevano ai margini del manto stradale. Di tanto in tanto il motore sembrava affaticarsi nelle curve più strette, poi riprendeva regolarmente il suo ritmo, accompagnato dal lieve scricchiolio della carrozzeria e dal tintinnare dei vetri che vibravano a ogni asperità dell’asfalto.
Dopo una lunga curva la strada iniziò a perdere quota e, quasi all’improvviso, apparve il mare. Fu una visione che, ancora oggi, riesce a riaffiorare nella memoria con la stessa nitidezza di allora. L’azzurro del Tirreno occupava l’intero orizzonte e sembrava fondersi con il cielo in un’unica distesa luminosa. In lontananza, quasi adagiate magicamente sulle acque, si distinguevano le Eolie: Vulcano con il suo profilo severo, Lipari più ampia e maestosa e, più oltre, le sagome delle altre che emergevano dalla foschia estiva come apparizioni. Il sole si rifletteva sulla superficie del mare in una miriade di bagliori che costringevano a socchiudere gli occhi.
Arrivammo al capolinea, alla stazione ferroviaria di Patti Marina. Da lì, con circospezione, ci incamminammo verso la spiaggia, evitando la parte più affollata. Procedemmo in direzione Mongiove, finché il paesaggio cambiò gradualmente: la sabbia diventò più fine e chiara, sollevandosi in piccole dune morbide, intervallate da cespugli di macchia mediterranea. Ginestre basse e piccoli arbusti resistenti al sale offrivano un’ombra discreta e gradevolmente odorosa, una protezione naturale dal sole già alto.
Eravamo partiti con i costumi già sotto i vestiti e avevo portato con me un telo di spugna, morbido e ancora profumato di sapone, che sarebbe bastato per entrambi. Il mare ci accolse con un’acqua trasparente e piacevolmente fresca, mentre il cielo, limpidissimo, sembrava estendersi sopra ogni cosa. Restammo a lungo immersi in quell’immensità tranquilla, lasciandoci avvolgere da una sensazione di libertà difficile da descrivere, dimenticando tutto: il paese, le abitudini, le cautele imposte da quell’