No, non poteva il nostro Goffredo di San Martino non intervenire nella polemica che infuria sul blog dopo la pubblicazione del post a firma del misterioso Cerea e come al solito Goffredo dice la sua interpretando forse....la maggioranza silenziosa, buona lettura!
OLTRE LA POLEMICA: IL CARNEVALE COME SPECCHIO DI UNA COMUNITA’
Di fronte a un dibattito così acceso, stratificato e a tratti persino doloroso come quello che ha accompagnato il recente Carnevale di Crescentino, forse l’unico gesto davvero utile è fermarsi un passo indietro. Non per sottrarsi al confronto, ma per restituirgli profondità, misura e prospettiva. In un tempo in cui tutto corre veloce, anche le polemiche, prendersi il lusso della riflessione diventa quasi un atto controcorrente.
Le manifestazioni carnevalesche che si sono susseguite in queste settimane – dalla sfilata alle fagiolate, dagli appuntamenti per i bambini alle iniziative collaterali – hanno avuto un dato oggettivo e difficilmente contestabile: una partecipazione ampia, diffusa, trasversale. Le piazze vissute, le famiglie presenti, i bambini coinvolti, i volontari all’opera raccontano una comunità che, almeno per qualche giorno, ha scelto di ritrovarsi. Questo non cancella i problemi, non risolve le criticità strutturali di un paese, ma rappresenta un segnale vitale che sarebbe miope liquidare come semplice “spettacolarizzazione” o come distrazione di massa.
Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto superficiale fingere che ogni domanda sia pretestuosa, ogni perplessità animata da malafede, ogni critica riconducibile a una sterile vocazione al lamento. La democrazia locale vive anche di interrogativi, di richieste di chiarimento, di attenzione alle regole, ai costi, alle scelte amministrative. È legittimo chiedersi come si organizzino eventi complessi, quali equilibri si creino tra pubblico e privato, quali siano le ricadute economiche, sociali e logistiche sul territorio. È legittimo, persino necessario, che esista un’opposizione e che questa svolga il proprio ruolo.
Il punto, però, non è l’esistenza della critica, bensì la sua qualità. Ed è proprio qui che il dibattito emerso attorno al Carnevale mostra i suoi limiti più evidenti. Perché quando il confronto si sposta dal merito alla insinuazione, dalla verifica dei fatti al sospetto sistematico, dalla domanda alla delegittimazione, allora qualcosa si incrina. Non tanto nei confronti di una singola iniziativa o di una specifica amministrazione, ma nel tessuto stesso della comunità.
Una critica è tale quando si fonda sui fatti, quando cerca di comprenderne il contesto, quando accetta la complessità delle decisioni e prova, se non a risolverla, almeno a nominarla correttamente. Al contrario, molte delle osservazioni circolate in questi giorni sembrano muoversi su un piano diverso: quello dell’allusione, del “si dice”, della supposizione elevata a certezza. È un terreno scivoloso, che non chiarisce ma confonde, che non controlla ma sospetta, e che finisce per produrre più rumore che consapevolezza.
Colpisce, in particolare, la tendenza a isolare singoli elementi – una pista di pattinaggio, alcuni parcheggi occupati, la presenza di fornitori esterni – sottraendoli al quadro complessivo in cui sono inseriti. Come se un evento complesso potesse essere giudicato per frammenti, senza tenere conto delle esigenze di sicurezza, dei vincoli burocratici, dei costi crescenti, delle responsabilità legali che oggi gravano su chiunque organizzi una manifestazione pubblica. È una semplificazione rassicurante, ma poco onesta dal punto di vista intellettuale.
Ancora più fragile appare la critica quando si richiama genericamente al rispetto delle “regole” senza che queste vengano realmente conosciute, citate o comprese. Le regole diventano così un concetto astratto, una parola-totem buona per legittimare qualsiasi contrarietà, ma priva di contenuto concreto. In questo modo il confronto scivola dal piano dell’analisi a quello del sospetto generalizzato, dove tutto è potenzialmente irregolare e nulla merita il beneficio di un approfondimento serio.
Questa modalità di intervento non rafforza il controllo democratico, lo indebolisce. Perché un controllo efficace ha bisogno di precisione, di studio, di responsabilità. Ha bisogno di distinguere tra ciò che è migliorabile e ciò che è semplicemente scomodo; tra un errore e una scelta; tra un problema reale e un disagio personale elevato a questione pubblica. In assenza di questa distinzione, la critica smette di essere uno strumento di vigilanza e diventa una forma di logoramento continuo.
C’è poi una sproporzione evidente tra l’attenzione dedicata al dettaglio contestabile e quella riservata al valore complessivo di ciò che funziona. Piazze piene, partecipazione diffusa, bambini coinvolti, volontari attivi, occasioni di lavoro per alcune attività locali: tutto questo finisce spesso sullo sfondo, come se fosse irrilevante o, peggio, dovuto. Ma nulla, oggi, è davvero “dovuto” quando si parla di iniziative collettive. Ogni evento che riesce a realizzarsi è il risultato di un equilibrio fragile, che può rompersi molto più facilmente di quanto si creda.
Il Carnevale, per sua natura, è un evento imperfetto. Come tutte le cose vive, occupa spazi, crea disagi temporanei, richied