GIUSEPPE ARLOTTA TORNA NELLA SUA MESSINA, VI ANTICIPO CHE E' UN RACCONTO LUNGO E GRADEVOLE COME UN PASTO SICILIANO
BUONA LETTURA
IL BLOGGER
I SAPORI DELLO STRETTO: LE COSTARDELLE
(racconto gastronomico tra memoria e tradizioni)
Esistono sapori che appartengono alla cucina e altri che finiscono per diventare parte della nostra vita. A Messina le costardelle fanno parte di questa seconda categoria. Non sono soltanto un pesce delle nostre acque, né semplicemente una specialità della gastronomia locale. Sono un appuntamento atteso, una consuetudine familiare, un'usanza antica che si tramanda da padre in figlio e che riesce a evocare ricordi, persone e stagioni lontane. Per molti messinesi il loro arrivo rappresenta qualcosa di più di una buona occasione per sedersi a tavola: è il riaffiorare di un legame profondo con il mare, con la città e con la propria storia.
Quando arrivano sui banchi dei pescivendoli e nei mercatini rionali, la città sembra cambiare umore. I pescatori conoscono bene quel momento in cui il mare decide di concedere il suo dono. Le correnti, il vento e la luce dell'alba che si riflette tra la Sicilia e la Calabria sembrano accordarsi in un equilibrio misterioso che soltanto chi vive a Messina conosce davvero. Le costardelle compaiono quasi all'improvviso, come una promessa mantenuta dal mare, e i messinesi le aspettano con la stessa emozione con cui si attende una festa.
Si avverte un'agitazione felice, una fretta composta fatta di occhi esperti che osservano il pesce fresco, di mani che ne controllano la lucentezza argentata e di clienti che domandano: «Sono arrivate stamattina?». In quei momenti non si tratta soltanto di acquistare del pesce. È un sentimento condiviso, un modo di riconoscersi nella stessa città e nelle stesse tradizioni.
Le costardelle portano dentro il sapore dello Stretto, un mare unico al mondo, attraversato da correnti potenti e misteriose, capace di dare al pesce una consistenza e un gusto che difficilmente si ritrovano altrove. Ogni messinese riconosce quel sapore immediatamente. È intenso ma delicato, semplice ma profondo, come certe parole dialettali che non possono essere tradotte senza perdere qualcosa della loro anima.
Anche per me le costardelle sono indissolubilmente legate ai ricordi dell'infanzia e della giovinezza. Il primo che mi viene incontro appartiene a quando avevo appena dieci anni.
Stavo tornando da Roma accompagnato da mia zia Liliana, moglie di Carmelo, fratello di mio padre, che lavorava nella capitale. Era stato un viaggio bellissimo e istruttivo. Avevo visitato i Fori Imperiali, il Colosseo, il Vaticano, le catacombe, la Piramide Cestia, la tomba di Cecilia Metella e molti altri luoghi che allora mi sembravano immensi e quasi irreali. Ma, come tutte le esperienze più belle, anche quella stava ormai per concludersi. A consolarmi c'era il pensiero del ritorno a casa, dalla mia famiglia e nella mia amata Messina.
Quando il treno venne imbarcato sul traghetto per affrontare il breve tratto di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ci recammo sul ponte. Ricordo ancora il vento carico di salsedine che mi investiva il viso, portando con sé minuscole goccioline d'acqua che si posavano sulla pelle come una pioggia impalpabile. Sotto di noi il rumore ritmico delle onde che si infrangevano contro lo scafo accompagnava il lento avanzare della nave, mentre i gabbiani volteggiavano nell'aria seguendo la traversata.
Fu allora che notai alcune donne calabresi con grandi ceste rotonde coperte da panni bianchi. Le osservavo incuriosito mentre cercavano di proteggere il contenuto dal sole e dagli sguardi indiscreti.
«Sotto quei panni ci sono le costardelle» mi spiegò la zia. «Arrivano dalle coste calabre, dove se ne pescano in grandi quantità. I messinesi ne sono ghiotti.»
La traversata fu breve, appena il tempo necessario per lasciarsi ancora accarezzare dal vento di mare e osservare la costa avvicinarsi lentamente. Appena sbarcati alla stazione marittima, all'uscita ci attendevano ancora le caratteristiche carrozzelle trainate da cavalli, presenza abituale nelle strade di Messina molto prima che venissero definitivamente sostituite dai taxi. Salimmo su una di esse e il cocchiere, con un leggero colpo di redini, si avviò lungo via Vittorio Emanuele II. Da un lato si susseguivano gli eleganti edifici della Palazzata, dall'altro il porto pullulava di navi, scaricatori, pescatori e viaggiatori, in un incessante andirivieni che sembrava il respiro stesso della città.
Sulla banchina le stesse donne incontrate sul traghetto camminavano con sorprendente naturalezza, mantenendo in perfetto equilibrio le grandi ceste sulla testa, come se quel peso facesse ormai parte del loro corpo.
«Vedi?» disse ancora mia zia. «Adesso venderanno le costardelle ai pescivendoli e poi andranno a comprare il sale nei tabacchini. Allora si chiamavano infatti "sale e tabacchi".»
Mi spiegò che, dopo aver venduto il pesce, quelle donne riempivano le stesse ceste di sale. Sebbene esistesse ancora il monopolio di Stato, la Sicilia, ricca delle sue antiche saline, lo offriva a un prezzo decisamente più conveniente rispetto a molte altre regioni. Così, dopo averlo acquistato, lo trasportavano sulla sponda calabra, dove quel piccolo carico rappresentava una fonte di guadagno tutt'altro che trascurabile.
Mentre il calesse avanzava senza fretta lungo via Vittorio Emanuele II, costeggiando il porto, il ritmo regolare degli zoccoli del cavallo risuonava sui grandi lastroni di pietra lavica, producendo un'eco inconfondibile che allora faceva parte della quotidianità cittadina. Quel suono sembrava fondersi con le voci dei portuali, con i richiami dei pescatori e con il brusio incessante del porto. Intanto ascoltavo incuriosito i racconti di mia zia e osservavo quel mondo operoso di navi, facchini e merci provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Quando giungemmo in via XXIV Maggio, dove abitavano i suoi genitori, sapevo che di lì a poco sarebbe arrivato anche mio padre per riportarmi finalmente a casa.
Da quel viaggio sono trascorsi molti anni, ma l'immagine di quelle donne con le grandi ceste colme di pesce non mi ha mai abbandonato. Ogni estate, quando le costardelle ricomparivano sui banchi dei pescivendoli o nelle cassette improvvisate agli angoli delle strade, quel ricordo riaffiorava puntuale, come se il tempo non fosse mai trascorso. Bastava scorgerne i riflessi cangianti o sentirne il profumo di mare perché la memoria mi riportasse a quel viaggio di ritorno da Roma, al ponte del traghetto, alle parole di mia zia Liliana e a quelle figure femminili che attraversavano il porto con le ceste in perfetto equilibrio sulla testa. Fu proprio in una di quelle estati della mia gioventù, quando ormai quei richiami facevano parte del paesaggio quotidiano della città, che ebbe inizio un altro ricordo rimasto indelebile nella mia memoria.
A Messina l'estate aveva un ritmo tutto suo. Il tempo sembrava dilatarsi, le ore scorrevano lente e ogni cosa assumeva un'aria sospesa. Persino la scuola, i compiti e le discussioni che durante l'anno riempivano i pensieri parevano essersi presi una tregua.
Una mattina, poco prima del consueto soggiorno a Librizzi, decisi di andare a trovare il mio amico Nino La Manna. Quando arrivai, era già in piedi da un pezzo. Ancora prima che aprisse la porta per farmi entrare, sentii diffondersi dalla sua stanza le note di «Birdland» dei Weather Report. Quel suono cald