L’INSOLITA MERENDA CON CHARMANT
(Il giorno in cui due forchette raccontarono un paese.)
Quella mattina, con alcuni amici, avevamo raggiunto Mongiove, piccola frazione marinara di Patti che allora conservava ancora il privilegio di spiagge poco affollate: altri tempi, davvero. Seguendo il litorale verso sud ci spingemmo fino alle grotte, allora ancora accessibili senza bisogno di nuotare. Bastava avanzare lentamente, con l'acqua che in alcuni tratti arrivava fino al petto, per approdare a quelle piccole insenature dove la sabbia, arroventata dal sole, lasciava il posto ad anfratti scavati dal paziente lavorio delle correnti, rifugi naturali nei quali trovare sollievo dall'arsura delle ore più calde.
Ogni escursione finiva quasi sempre per seguire un copione ormai collaudato. Indossate maschera e boccaglio, ci immergevamo alla ricerca di qualche pesce o di un polpo di modeste dimensioni, prede occasionali dei nostri fucili da sub. Erano anni in cui il fiato sembrava inesauribile e bastava a regalarci lunghe apnee, mentre il fondale ci appariva come un piccolo universo tutto da esplorare. Dopo bagni ripetuti e bottini tutt’altro che memorabili, ci avvicinavamo agli scogli affioranti dove, approfittando della marea favorevole, con la punta del coltello iniziavamo a staccare le patelle, molluschi abbondanti in quella zona, una vera prelibatezza soprattutto se gustate sul momento, con il sapore del mare ancora all’interno.
Anche quella giornata seguì fedelmente quel rituale. Tra un'immersione e l'altra, qualche tuffo dagli scogli e improvvisate gare di resistenza sott'acqua, il tempo sembrava dissolversi senza che ce ne accorgessimo. Sulla spiaggia le conversazioni cambiavano continuamente argomento: si commentavano le catture, si prendeva bonariamente in giro chi giurava di avere visto un polpo enorme, immancabilmente sfuggito pochi istanti prima («Visti ’n purpu ranni, ma mi scappò»), si rievocavano episodi delle estati precedenti e si fantasticava già sulla serata che ci attendeva. Qualsiasi pretesto diventava buono per rimandare ancora un poco il ritorno.
Quando il sole raggiunse il punto più alto e il riverbero sull’acqua costrinse gli occhi a socchiudersi, arrivò quasi naturalmente il momento di lasciare la spiaggia. Riponemmo maschere, pinne e fucili da sub, ancora impregnati dell’odore della salsedine; ci liberammo della sabbia rimasta sulla pelle e ci sistemammo in automobile per riprendere la strada verso Librizzi. Il viaggio di ritorno trascorse con la stessa spensieratezza che aveva accompagnato l’intera mattinata. Dai finestrini aperti entravano il profumo della macchia mediterranea e l’aria salmastra che risaliva dalla costa, mentre la stanchezza cominciava a farsi sentire, ma aveva il sapore appagante delle giornate vissute fino in fondo, di quelle che soltanto la spensieratezza di quegli anni e la compagnia degli amici sanno lasciare addosso.
Raggiungemmo Librizzi intorno alle 13,30. La piazza era ancora animata da piccoli gruppi di persone che conversavano all'ombra, mentre qualcuno rincasava lentamente con la sporta della spesa. Ci fermammo anche noi per qualche minuto, più per il piacere di prolungare quella compagnia che per una ragione precisa. Bastava restare lì, scambiando ancora qualche parola, per avere la sensazione che la mattinata non fosse ancora finita.
Poi, come accadeva nei mesi estivi, il paese cambiò volto. Nel volgere di pochi minuti la piazza, fino a un attimo prima vivace e rumorosa, si svuotò, lasciando spazio al silenzio, interrotto soltanto dal frinire incessante delle cicale e dall’occasionale abbaiare di un cane in lontananza. A quell’ora anche i rumori