LA FESTA DELLA MADONNA CATENA
(Quando Librizzi diventava più grande di se stesso)
A Librizzi, negli anni Sessanta e Settanta, arrivava un giorno in cui il paese sembrava diventare più grande di se stesso. Era la festa della Madonna della Catena e bastava pronunciarne il nome perché nella memoria cominciassero a muoversi immagini che oggi appartengono a un tempo lontano, quando le ricorrenze patronali avevano il potere di fermare per molte ore la vita ordinaria e di portare dentro il paese gente che veniva dalle contrade, dai paesi vicini, dalle campagne e dalle strade di montagna. Le case si riempivano di parenti, le cucine lavoravano fin dal mattino, le donne tiravano fuori gli abiti conservati per le occasioni importanti e gli uomini indossavano la camicia buona, quella stirata con cura, qualche volta la giacca, anche quando il caldo avrebbe consigliato ben altro. Erano i vestiti della festa, e bastava quello per sentirsi diversi, quasi più giovani, quasi più belli. Le donne arrivavano con i capelli sistemati e il passo composto, i ragazzi con i vestiti nuovi cercavano gli amici tra la folla e si scambiavano sorrisi, mentre i bambini vivevano tutto con quella smania che hanno soltanto loro quando intuiscono che sta per accadere qualcosa di straordinario.
Piazza Catena, fin dal mattino, cominciava a riempirsi. I negozi restavano aperti, sapendo che avrebbero chiuso solo a tarda ora; i bar vendevano gelati, pasticcini, birre e gazzose, chinotti e spume in quantità. Le bottiglie si accumulavano sui tavoli, i bicchieri passavano di mano in mano e dalle porte aperte uscivano voci, risate, richiami e saluti. C’era sempre chi arrivava, chi cercava un parente, chi ritrovava un amico dopo mesi, chi si fermava a scambiare qualche parola, mentre nuovi incontri si susseguivano uno dopo l’altro. E Librizzi non sembrava soltanto quello di sempre: era ormai il paese dove tornavano le persone, le voci e le memorie. Prima ancora che la Madonna uscisse dalla chiesa, la piazza era già diventata il cuore della festa. C’erano le bancarelle dei giocattoli, davanti alle quali i più piccoli si fermavano con quella meraviglia che allora bastava a far sembrare prezioso anche l’oggetto più semplice; poco più in là, la roulette attirava chi voleva affidarsi alla sorte, mentre il tiro a segno chiamava quelli che desideravano mettere alla prova la propria abilità. Non mancavano i venditori di quei palloncini tondi, con un elastico sulla cima che, tenuto saldamente tra le dita, permetteva di farli rimbalzare avanti e indietro con un semplice movimento della mano. Bastava poco per desiderarne uno.
Tra le tante attrazioni ce n’era una che esercitava sui bambini un fascino particolare: bisognava lanciare una pallina di plastica leggera verso piccoli recipienti di vetro dall’imboccatura stretta, cercando di centrarla con una precisione che sembrava facile soltanto a chi guardava. Si prendeva la mira, si tratteneva il respiro e poi si lasciava partire il proiettile rotondo, seguendone la traiettoria fino all’ultimo istante. Quando finalmente entrava nel contenitore, arrivava il premio: un pesciolino rosso. E allora quella minuscola creatura diveniva, per chi l’aveva conquistata, la cosa più importante della giornata. Non veniva portata a casa in una boccia, ma dentro un semplice sacchetto di plastica pieno d’acqua, stretto con attenzione per non farlo cadere. Per qualche giorno quel pesce sarebbe diventato una presenza della casa, seguito nei suoi giri lenti, nel continuo aprirsi e chiudersi della bocca, nel modo silenzioso con cui si spostava da una parte all’altra. Forse nessuno di quei bambini avrebbe saputo spiegare perché volesse tanto vincerlo. Non serviva una ragione: era il premio conquistato alla festa, e questo bastava a renderlo speciale.
In mezzo a quel fermento, immancabile, spiccava la figura di Tindaro Adamo, Tinniru u caliaru, una presenza che sembrava appartenere a Librizzi quanto la chiesa e la piazza. La sua mercanzia arrivava prima di lui con il profumo dei ceci abbrustoliti, dei semi di zucca, delle nocciole tostate, delle arachidi, delle carrube e delle mandorle, tutto disposto con semplicità e poi raccolto in cartocci per essere venduto. Era difficile passare davanti a quel banco senza fermarsi. Ma la sorpresa più desiderata stava nascosta proprio in mezzo a quella distesa di sapori: piccoli zuccherini con frammenti di cannella all’interno, bianchi, rossi e verdi, dolcissimi, che tra la «calia» e i semi sembravano custodire tutta la tentazione della festa. Se ne prendeva uno tra le dita e lo si lasciava sciogliere lentamente in bocca, incuranti della confusione che regnava intorno. Ancora oggi, quando penso a Tindaro, prima ancora che mi torni alla mente la sua figura, risento quel sapore. È una delle stranezze della memoria: lascia andare tante cose, confonde le date, scolora i particolari dei volti e delle giornate, ma sa conservare intatto il gusto di qualcosa mangiato in giovane età e, insieme, l’atmosfera di feste lontane oltre cinquant’anni .
E mentre fuori cresceva il fermento, nelle case il pranzo di mezzogiorno aveva lasciato il suo segno. A metà pomeriggio, l’aria di Librizzi conservava ancora il profumo delle patate che accompagnavano il castrato ‘mbuttunatu, cotto nel forno a legna, e quello intenso del sugo con cui erano stati conditi i maccheroni fatti in casa. Non erano fragranze leggere, destinate a svanire in poco tempo: persistevano tra le case, nelle strade e lungo i vicoli, intrecciandosi con il calore della terra, il fumo dei fuochi e le note inconfondibili della cera e dell’incenso che provenivano dalla chiesa. Tutto insieme formava l’odore della festa. E forse è proprio questo che oggi la memoria restituisce meglio: non una singola scena, ma quell’aria particolare che conteneva tante cose insieme e che, a distanza di tanti anni, sembra ancora capace di riportarle alla mente. Il pranzo era ancora presente nei suoi profumi quando la gente cominciava a uscire nuovamente dalle case; i bambini avevano già dimenticato di aver mangiato e, a piccoli gruppi, si spostavano curiosi tra le bancarelle, mentre gli adulti si fermavano a parlare con quella lentezza che oggi sembra quasi incomprensibile. Nessuno aveva fretta: la giornata era lunga e doveva essere vissuta fino in fondo.
Poi tutto sembrava concentrarsi sulla Madonna; davanti alla chiesa la folla si faceva più fitta e, man mano che passavano i minuti, le voci si abbassavano quasi da sole. C’era chi pregava, chi guardava verso il portale, chi cercava un punto da cui poter vedere meglio. Si aspettava e, quando finalmente la statua compariva sulla soglia, sorretta a spalla dai portatori che si apprestavano a scendere i gradini del sagrato, per qualche istante tutto il resto sembrava passare in secondo piano. Prima ancora di prepararsi a seguire la processione, tutti guardavano il volto: era quello il primo incontro, non la banda, non il fragore che avrebbe accompagnato l’uscita del simulacro, non il movimento della gente. Prima veniva quel viso di donna, immobile e insieme così vicino, che sembrava rivolgersi a chiunque fosse lì, quasi a una persona alla volta. Anche la Madonna indossava il suo abito della festa, quello che nei giorni normali non si vedeva, e nella luce che arrivava dalla strada il volto sembrava assumere un’espressione diversa. Chi la guardava cercava nei suoi lineamenti qualcosa che forse non avrebbe saputo spiegare: una risposta, una speranza o soltanto la conferma di averla ritrovata anche quell’anno.
Proprio mentre la statua usciva dalla chiesa, arrivava la scarica di «botti», preparati con cura lungo la piccola salita accanto al Municipio. Il crepitio rompeva l’aria e si propagava tra le case, forte, secco, quasi solenne. Per un momento sembrava che il paese intero dovesse accorgersi di quell’uscita. I più piccoli si tappavano le orecchie, qualcuno arretrava d’istinto, poi tornava a guardare, ridendo per lo spavento appena passato. Maria SS. della Catena iniziava così la sua discesa, circondata dalla folla, con le colonne del fercolo ricoperte di banconote, fissate una accanto all’altra come segno di devozione e di riconoscenza. Erano le vecchie lire, ma accanto a quelle comparivano anche franchi svizzeri e francesi, marchi tedeschi e dollari americani: banconote giunte da lontano, diverse per colore e per valore, che raccontavano la storia di tante famiglie partite da Librizzi e tornate, almeno per quei giorni, nel paese d’origine. Oggi, invece, le offerte sono espresse quasi sempre in euro e quella varietà è scomparsa; allora ogni banconota portava con sé qualcosa del mondo nel quale gli emigrati vivevano e, nel momento in cui veniva appuntata al baldacchino, sembrava restituire al paese natio un piccolo frammento della loro lontana esperienza. Erano ringraziamenti, promesse, richieste, ricordi che non avevano bisogno di essere spiegati. Nell’imminenza della partenza, mentre intorno alla statua fervevano gli ultimi preparativi, l’arciprete Carmelo Arlotta prendeva posto accanto ad essa, con la naturale autorevolezza di chi apparteneva profondamente alla vita religiosa e civile del paese.
Giungeva così il momento in cui la processione si preparava finalmente a prendere forma. Ad aprirla era la statua di San Michele Arcangelo, affidata ai giovani perché più leggera, con quella figura severa che sembrava appartenere a una dimensione diversa, quasi una sentinella posta a guardia di quella lunga giornata di fede. Subito dietro si disponevano due file, lasciando libero lo spazio centrale destinato al passaggio. Al loro interno prendevano posto, per primi, coloro che avevano fatto una promessa per chiedere una grazia o per sciogliere un voto: percorrevano l’intero tragitto scalzi, procedendo all’indietro, secondo una devozione che non aveva bisogno di essere spiegata e che trovava espressione soltanto in quella particolare pratica di penitenza. Sempre al centro delle due file seguivano i ciaramiddari, gli zampognari con le loro ciaramedde, i cui suoni accompagnavano i passi dei fedeli con una voce antica e inconfondibile.
Venivano poi il parroco e i chierici, seguiti da coloro che reggevano la statua della Madonna. Sulle loro spalle, il pesante fercolo procedeva con un’andatura lenta e misurata, mentre ciascuno doveva trovare il giusto equilibrio con gli altri, quasi che ogni portatore fosse chiamato a percepire il movimento dei compagni prima ancora di assecondarlo. Dietro di loro prendeva posto la banda musicale di Librizzi, magistralmente organizzata dal capobanda Peppino D’Amico. Tra i musicisti c’erano Angelo Accordino con la sua tromba, i fratelli Paolo e Tindaro Capitti alla grancassa e ai piatti, Santino Marziano al tamburo e altri suonatori con clarinetti, sassofoni, tromboni e corni. Le prime note si levavano dagli strumenti, salivano sopra le case, percorrevano le strade laterali e raggiungevano anche quei pochi rimasti nelle proprie abitazioni. In chiusura si disponevano le autorità locali, il sindaco e il maresciallo dei Carabinieri, seguiti dai fedeli: gli abitanti di Librizzi, quelli delle contrade, quanti giungevano dai paesi vicini e coloro che avevano affrontato un viaggio proprio per essere presenti a quella ricorrenza.
La Madonna della Catena iniziava così il suo percorso tra le vie del paese, accompagnata dal suono della banda e dalle preghiere della gente. Non era più la statua immobile che poco prima si era mostrata sulla soglia della chiesa: adesso sembrava quasi «camminare» tra la folla, come se quella figura sacra avesse preso vita e fosse lei stessa a guidare coloro che le stavano intorno. Erano i portatori a sostenerla sulle spalle, eppure, a chi la seguiva, poteva sembrare che fosse proprio Maria a imprimere il ritmo all’intera processione. Intorno, la folla si muoveva lentamente, mentre i bambini continuavano a correre, incuranti della solennità che gli adulti avvertivano in quel frangente. Passavano avanti, tornava