La verità vi giuro, sui giudici di sinistra - di Piero Tony, ex procuratore
capo di Prato. Libro e confessioni choc di un Magistrato democratico – TERZA
PARTE
Dire che la magistratura è politicizzata non è una provocazione ma è una
dura realtà. I responsabili della gogna giudiziaria sono spesso nelle procure.
Non si potrebbe pensare che un magistrato che usi la propria carriera per
mettersi in politica, o anche solo per fare politica, sia un magistrato che
abusa del proprio ruolo e se ne infischia della parola terzietà?
Pubblico un estratto dal libro “Io non posso tacere. Un
magistrato contro la
gogna giudiziaria. Confessioni di un giudice di sinistra” (Einaudi, 125 pagine,
16 euro) scritto dall’ex procuratore capo di Prato, Piero Tony, insieme con il
direttore del Foglio Claudio Cerasa.
(…) Vogliamo ricordare i tempi di
Tangentopoli? Qui c’è un prima e c’è un dopo. Il prima è la fase della
contemporaneità, quando noi di Magistratura Democratica abbiamo pensato che
finalmente ce l’avevamo fatta, che finalmente la giustizia non era più soltanto
uno strumento nelle mani dei potenti e a difesa dei potenti, ma era uno
strumento con cui costringere anche i potenti al rispetto della legge. Poi,
anni dopo, è divenuto chiaro ciò che realmente era successo: Tangentopoli non è
stata soltanto una grande azione di pulizia etica, diciamo così, ma l’occasione
in cui, in nome della battaglia contro i potenti, sono emersi i nuovi potenti,
i nuovi giacobini, quelli che per la loro un po’ eccessiva e un po’ disinvolta
veemenza investigativa costrinsero il legislatore a modificare l’articolo 274
del codice di procedura penale aggiungendo in precisazione una cosa ovvia che
dovrebbe marcare il Dna di ogni magistrato imparziale (e informato sul diritto
al silenzio notoriamente assicurato all’interrogato dall’articolo 64 del codice
di procedura penale):
“Le situazioni di concreto e attuale pericolo [di inquinamento probatorio,
per capirci] non possono essere individuate nel rifiuto della persona
sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere dichiarazioni né nella
mancata ammissione degli addebiti”. Era già accaduto con l’articolo 291 del
codice, dove era stato necessario aggiungere che, nella richiesta al gip di
misura cautelare, il pm deve presentare “gli elementi su cui la richiesta si
fonda nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni
e memorie difensive già depositate” (precisazione resa necessaria dall’accertata
prassi dei pm, davvero costituzionalmente disorientata, di far conoscere al gip
solo gli atti a favore dell’accusa, e che già nel 1999 aveva costretto il
legislatore a riformulare addirittura l’articolo 111 della Costituzione in
quanto, con sentenza 361/1998, la Corte Costituzionale aveva ritenuto
utilizzabili contro l’imputato dichiarazioni da lui rese nel suo procedimento o
in procedimenti contro altri – articolo 210 c.p. – al di fuori di ogni
qualsiasi contraddittorio).
È sempre per le stesse ragioni che alcuni membri del pool di Mani Pulite
hanno incrociato la strada della politica. Penso a un magistrato che, dopo
quell’esperienza, divenne ministro dei governi Prodi nel 1996 e nel 2006, e
alleato del centrosinistra in tutte le elezioni politiche fino al 2008. Penso a
un magistrato che nel 2006 fu eletto senatore nella lista dell’Ulivo. E penso a
un altro magistrato, quello del “resistere, resistere, resistere”, che scese in
campo, diciamo così, per sostenere la candidatura di Walter Veltroni alla guida
del Partito democratico.
Eccoli i risultati di una politicizzazione spinta: inchieste condotte a
furor di popolo in quanto sostenute, a prescindere, dai media e dall’opinione
pubblica; magistrati sempre indaffarati, con il cellulare all’orecchio e lo
sguardo di chi farà giustizia… e magari nelle frettolose retate viene
calpestata ingiustamente qualche vita; trionfo del Cencelli negli organigrammi
delle procure; correnti ormai votate più a ottenere riconoscimenti che a
dibattere sulle necessità giudiziarie per far crescere una sana cultura di
giurisdizione; ascesa di alcuni magistrati – sparuta minoranza, per fortuna –
ormai geneticamente modificati dalla convinzione che, spesso, per raggiungere
un determinato ruolo conta più chi ti propone di ciò che tu stesso hai fatto
per guadagnartelo; magistrati che passano mesi in campagna elettorale, mesi a
promettere cose che poi dovranno mantenere quando raggiungeranno un obiettivo.
Allora è ovvio che qualcuno pensi, mettendo insieme i pezzi, che talvolta
l’azione della magistratura possa nascondere un fine legato non solo al
rispetto della legge, ma anche a un’idea della politica. Attenzione, non mi
riferisco a complotti o ad altre ingenuità del genere. Qui si tratta proprio di
un problema di metodo, individuale. Non esistono complotti, esistono
atteggiamenti, che a volte possono essere più o meno diffusi, e questi
atteggiamenti spesso presentano lo stesso problema: la legge non è uguale per
tutti, ma è più severa con chi non la pensa come te.
Si tratta di accanirsi su una persona, o di utilizzare con questa metodi che
non useresti con altri, solo perché ciò ti fa sperare in un ritorno d’immagine.
(…) A questo punto mi si chiederà inevitabilmente: il ragionamento vale anche
per Berlusconi? Non entro nel merito dei processi, che non conosco, non ho
titolo per farlo, ma mi sento di affermare senza paura di essere smentito che
se Berlusconi non fosse entrato in politica non avrebbe ricevuto tutte le
attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Anche nel caso Ruby, che in linea
teorica avrebbe dovuto essere un ordinario processo di concussione e
prostituzione minorile, è evidente che l’ex presidente del Consiglio ha avuto
un trattamento speciale (…).
Mi rammarico poi di non capire fino in fondo con quale faccia e credibilità,
in tutti questi anni, amici e colleghi abbiano non di rado usato la
magistratura come un trampolino da cui lanciarsi per entrare in politica o
ottenere incarichi utili e di prestigio. Ne ho visti e ne vedo anche oggi:
candidati presidenti di regione, presidenti del Senato, ex candidati alla
presidenza del Consiglio, candidati sindaci, assessori, ministri. Ma come si
fa? Non si capisce che utilizzare la propria dote giudiziaria per fini politici
rappresenta un danno di immagine per tutta la magistratura? Non si capisce che,
una volta che si diventa di parte, viene considerato, o rischia di essere
considerato, di parte tutto quello che si è fatto fino a un attimo prima con la
toga sulle spalle? Non si capisce che far diventare di parte anche un solo
processo significa dare l’impressione che tutta la magistratura sia di parte?
Che mettere la legalità a servizio di una parte politica equivale a dire che
chi sta dall’altra non rappresenta la legalità? E non si capisce, infine, una
cosa banale, e mi verrebbe da dire drammatica, una questione che, se vogliamo,
c’entra, ancora una volta, con la parola legalità. Sia chiaro, non voglio
pensare che sussista il delitto di abuso d’ufficio (articolo 323 c.p.) solo
perché la Costituzione impone al magistrato indipendenza, imparzialità e
soprattutto terzietà (articoli 25, 101, 102, 104, 107, 108, 111), ma per lo
spirito – solo lo spirito – di codeste norme non si potrebbe pensare che un
magistrato che usa la propria carriera per mettersi in politica, o anche solo
per fare politica, sia un magistrato che abusa del proprio ruolo e se ne
infischia della parola terzietà? Non puoi essere terzo oggi e schierarti per
una parte domani.
Non devi farlo e non dovrebbe esserti consentito. Se
lo fai, commetti un errore. Hai abusato della visibilità del tuo ufficio,
vivaddio, e in questo modo insinuerai nella testa dei cittadini l’idea che il
magistrato terzo sia l’eccezione, non la regola. Sì, è davvero un dramma. (…)
Così non va e non è possibile che non si cambi. Lo dico forte della certezza
che si tratta di poche mele marce. Forte del fatto che, come me, la stragrande
maggioranza dei colleghi ha sempre evitato non solo l’utilizzo della visibilità
istituzionale a fini politici, ma qualsiasi rapporto potesse far sospettare la possibilità
di un trattamento vantaggioso perché legato alla funzione. Io, per capirci,
come quella stragrande maggioranza, l’automobile l’ho sempre comprata da chi
non mi conosceva. Ecco. Basterebbe far perdere alle correnti ogni valenza
diversa da quella culturale. Basterebbe adottare nuovi criteri per la selezione
del personale. Basterebbe premiare i bravi, non i raccomandati. Basterebbe far
entrare un po’ di merito nel nostro mondo. Basterebbe far sì che l’appartenenza
alle correnti cessasse di essere conveniente, per dirne una, sorteggiando i
consiglieri del Csm e non più eleggendoli seguendo la logica del Cencelli dopo
più o meno abili campagne elettorali. Basterebbe così poco, ma nessuno lo fa. E
di fronte a questa situazione c’è solo da dire: scusate davvero, ma io non ci sto'
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