venerdì 8 maggio 2026

GIUSEPPE ARLOTTA. " U STRADUNI - PERCORSI LIBRIZZESI " seconda parte, Geografie della memoria

GIUSEPPE ARLOTTA TORNA CON UN RACCONTO AMBIENTATO NEL PAESE DI LIBRIZZI
BUONA LETTURA !!



  “U STRADUNI”- PERCORSI LIBRIZZESI (seconda parte)
 
                                               Geografie della memoria
 
L’estate librizzese, dopo il lento sciogliersi delle ore meridiane, aveva un secondo battito di cuore: quello delle passeggiate lungo la strada provinciale che dalla frazione Colla Maffone — “a Codda” — risaliva verso il paese. Per tutti era semplicemente “u straduni”, un percorso ampio, solenne nella sua semplicità, quasi una passerella naturale su cui si muoveva la piccola comunità in cerca di frescura, parole scambiate e attimi sospesi. Non era soltanto una strada: era un’abitudine condivisa, un appuntamento tacito che si rinnovava ogni giorno, senza bisogno di essere fissato.
 
Si partiva nel tardo pomeriggio, quando il sole, stanco, cominciava a chinarsi verso la valle e le ombre si allungavano lentamente, disegnando nuove geometrie sulle pietre e sull’asfalto. Prima, però, c’era la sosta obbligatoria al bar di Peppino Bonannella: una sorta di dogana dolcissima, dove ognuno faceva provvista del proprio conforto zuccherino. Era anche un momento di attesa e di osservazione, in cui si misuravano presenze e assenze, si incrociavano sguardi, si intuivano alleanze. Gelati in cono o in coppette accompagnate da coloratissimi cucchiaini di plastica, che urtavano contro il bordo di cartoncino con un rumore leggero e irregolare, segno che nessuno aveva intenzione di lasciare nemmeno un assaggio, sapori genuini che ingentilivano la strada e predisponevano all’allegria leggera della passeggiata.
 
I gruppi si formavano spontaneamente, senza regole apparenti ma con equilibri ben precisi: ragazzi e ragazze che camminavano non troppo vicini e non troppo distanti, lasciando tra loro un margine in cui convivevano rispetto e attesa; altri invece, “fidanzati ufficialmente” (i ziti), erano sorvegliati a vista da genitori o parenti che, con scuse di cortesia, seguivano a qualche metro di distanza, fingendo distrazione ma senza perdere nulla. Bastava poco: un passo avanti, un mezzo sorriso, un gesto finto disinvolto per scambiarsi un segnale che valeva più di mille parole. A volte era uno sguardo trattenuto un istante in più, altre un silenzio condiviso che diceva tutto.
 
I noccioleti, da entrambi i lati dello stradone, fiancheggiavano il primo tratto con un’ombra buona, mai troppo fitta. Dalle loro fronde scendeva un odore resinoso, dolce e di terra arsa, che si mescolava al cinguettio degli uccelli: un concerto continuo, quasi ipnotico, che dava ritmo ai discorsi dei ragazzi e finiva per entrare nelle pause, nei vuoti tra una frase e l’altra. Si parlava di tutto: della musica — i Santana, Jethro Tull, Genesis, e quelle chitarre lontane che sembravano chiamare un mondo diverso — ma anche della festa dedicata alla Madonna della Catena, e soprattutto del pettegolezzo, quello vero, strictu sensu, che teneva viva la cronaca minuta della comunità. Ogni dettaglio, anche il più insignificante, trovava lì una sua eco.
 
Superata la prima curva, lo scenario cambiava. Gli alberi dei noccioleti si aprivano all’improvviso, lasciando spazio a un panorama mozzafiato che non si poteva né descrivere né dimenticare senza tradirne la forza. A valle scorreva il Timeto, quasi un filo d’argento tra le pieghe del terreno, e il suo andamento sembrava suggerire una direzione, un altrove possibile. Più in là, il golfo di Patti disegnava una mezzaluna perfetta, e da esso emergeva il grande scoglio che tutti chiamavano “a petra a menzu u mari”, presenza familiare e insieme misteriosa. Sullo sfondo, quasi un sipario sacro, il profilo delle Eolie e il santuario della Madonna Nera di Tindari chiudevano l’orizzonte con una solennità quieta, come se tutto fosse già al proprio posto.
 
La strada, dopo la curva, era delimitata non da guardrail, ma da una muraglia morbida di cespugli di margherite. E lì avveniva il piccolo rito dei romantici: coglierne una e spogliarla lentamente dei petali — m’ama, non m’ama — trovando così un pretesto, un alibi dolce per sfiorare la ragazza dei propri sogni. Un gesto fugace, quasi invisibile agli altri, ma capace di far vibrare il cuore con una forza sproporzionata rispetto alla sua semplicità.
 
Quella vicinanza timida ma crescente tra maschi e femmine era già un passo avanti rispetto alle generazioni precedenti. I sorrisi appena accennati, le parole, le occhiate furtive che si scambiavano sembravano dichiarazioni vere e proprie, piccoli incendi interiori che solo l’estate sapeva accendere e alimentare senza mai farli esplodere del tutto.
 
Ma era di sera che lo stradone diventava itinerario di stretta osservanza maschile. Erano tempi in cui, se non c’era una festività, era considerato sconveniente che le donne uscissero dopo cena. Così la strada cambiava volto e diventava un’arena di giovanotti rumorosi, pronti a occupare una corsia intera con la loro baldanzosa voglia di vivere, tra richiami, risate e passi che risuonavano più forti nel silenzio della notte.
 
Accompagnarsi ai più grandi era un privilegio, quasi un’iniziazione sociale. Loro dettavano il passo, la misura delle battute, il ritmo delle risate, e noi cercavamo di adeguarci, di essere all’altezza, anche solo per somiglianza. A tenere banco c’era quasi sempre Enzo Luca, detto Charmant — o Sciarman, come lo pronunciavamo noi. Aveva vissuto al Nord, in Lombardia, e a ogni ritorno portava con sé un’aria nuova, storie di mondi diversi, di città larghe e luminose, di abitudini che sembravano appartenere a un altro tempo.
 
Riusciva a far ridere tutti: con frasi, imitazioni, piccole scenette improvvisate che trasformavano la strada in un teatro a cielo aperto. Era un vulcano di entusiasmo, e la sua presenza bastava a cambiare il tono della serata. Le sue descrizioni accendevano l’immaginazione di un gruppo che, pur radicato nel paese, iniziava lentamente a guardare oltre il confine delle colline.
 
Ricordo come fosse oggi mio cugino Meluccio Arlotta, allora universitario a Firenze, con il suo modo misurato e intenso di raccontare; Pippo Accordino, sempre pronto a una battuta; l’immancabile Pippo Amico, con il suo sorriso aperto che Carmelino Segreto si ostinava a chiamare “Arthur” (non ho mai saputo il perché di questo soprannome); Renzo e Carmelino Giovenco, inseparabili; Nino Capitti e i cugini Pippo e Nuccio Ocera, presenze costanti di quelle serate. Ognuno portava qualcosa: una parola, una risata, una storia, contribuendo a costruire un mosaico umano che oggi appare ancora più prezioso.
 
Camminavamo, ridevamo, e l’aria portava gli odori della stagione estiva: il frutto secco dei noccioleti, l’erba ormai stanca, le margherite che rilasciavano un sentore fresco e un po’ selvatico. Il canto ossessivo delle cicale accompagnava ogni passo, come un metronomo naturale che scandiva il tempo senza mai imporsi davvero. Sotto uno stellatissimo cielo, che sembrava amplificare ogni parola e ogni silenzio, la strada assumeva un carattere diverso, più raccolto, quasi confidenziale.
 
L’estate era una stagione da vivere, non da raccontare. Eppure, oggi più che mai, quei ricordi sembrano avere una forza che supera il tempo. Erano giornate costruite con poco — una passeggiata, un gelato, una battuta, un panorama — ma custodivano tutto: amicizia, speranza, primi amori, sogni che ancora non sapevano di essere tali.
 
In quegli anni imparavamo cosa significava appartenere a un luogo, sentirne il peso e la leggerezza insieme. Si era giovani e non ce ne rendevamo conto, e forse proprio per questo vivevamo con un’intensità che oggi sorprende e quasi disorienta.
 
Quelle estati erano una scuola silenziosa: ci insegnavano a stare con gli altri, ad ascoltare, a desiderare senza fretta, a camminare lungo una strada sapendo che — prima o poi — la vita avrebbe aperto altre curve, altri panorami, e che non tutte sarebbero state così luminose.
 
Credo che u straduni viva ancora dentro coloro che vi hanno passeggiato (e non c’è librizzese che non lo abbia fatto): come una linea d’asfalto che attraversa il tempo e ci riporta esattamente lì, tra margherite, noccioleti, amici indimenticabili e soprattutto il brusio vivo delle voci, un insieme di suoni semplici, antichi, che sembravano non voler finire mai e che, a modo loro, erano la colonna sonora del nostro crescere.
 
Forse è questo che rimane davvero: non i fatti precisi, non i dialoghi esatti, ma il ritmo lento di quelle giornate, la certezza di avere davanti un mondo che — nel bene e nel male — ci avrebbe permesso di diventare ciò che eravamo destinati a essere. Le estati passano, gli amici cambiano, le strade si trasformano, tuttavia qualcosa resta immobile, come un’eco che continua a chiamarci.
 
E quando oggi, per un istante, ci si sorprende a guardare il cielo con la stessa inconsapevole fiducia di allora, si capisce che non abbiamo mai davvero lasciato quei pomeriggi e quelle sere. Sono ancora lì, appesi a un chiarore dorato che si ostina a non svanire. E, nonostante il tempo trascorso, idealmente continuiamo a camminare lungo u straduni, portando con noi la promessa luminosa di quelle stagioni che non tornano — ma che non se ne vanno mai davvero.
 
Giuseppe Arlotta
4 maggio 2026
 
 
 

1 commento:

  1. Ma perché Arlotta usa una squintalata di aggettivi e avverbi?

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