“Nessuno
è più insopportabile di colui, che svegliatosi una mattina, afferma di avere
avuto un sogno e pretende di imporlo a tutti facendolo passare come una
rivelazione dal Cielo” (parafrasi di una frase celebre dalle Fondazioni)
CICLO DELLA FONDAZIONE
Terza Parte
Introduzione alla
Trilogia
Oscar Mondadori
di Fruttero &
Lucentini
La Trilogia Galattica di Isaac Asimov è il
“ciclo” fantascientifico più famoso e
più venduto del mondo. I tre volumi, usciti per la
prima volta rispettivamente nel
1951, 1952 e 1953, sono stati da allora ristampati
innumerevoli volte in America, in
edizioni sia economiche sia rilegate, e tradotti in
una ventina di lingue.
Eppure, se si confronta quest’opera così fortunata con
altre
grandi saghe spaziali,
essa appare a prima vista assai meno ricca, e quasi
incurante di quegli ingredienti
tradizionalmente ritenuti capaci di attirare il
lettore di fantascienza. L’infinita e
paradossale varietà del cosmo è qui appena sfruttata,
paura, orrore e meraviglia
davanti all’ignoto non hanno parte nella composizione,
armi, macchine, animali
impensabili restano tra le quinte. Le impennate
dell’immaginazione avveniristica
sono ridotte al minimo, né l’estrapolazione
sociologica si presenta dettagliata,
realistica come in altri “futuribili” dello stesso
Asimov.
Persino il ritmo della narrazione non ha quella
concitata, incalzante rapidità che si accompagna di solito alle avventure tra
le stelle.
Dov’è allora il fascino di questo immenso affresco
galattico, che cosa lo rende
così irresistibilmente leggibile? Anzitutto, proprio
la sua immensità, o meglio,
l’impressione d’immensità che riesce a suscitare.
L’andamento ponderoso dei periodi,
la pacatezza, non priva di solennità, dei dialoghi, il
maestoso orbitare dell’intreccio,
creano un indefinibile, suggestionante effetto di
“dilatazione”, una specie di
sterminato, brulicante sfondo verbale (o musicale) nel
quale il lettore si lascia pian
piano irretire, senza ritorno.
Come tutti i veri libri, la Trilogia punta più
sull’evocativo che sul descrittivo, e la
Galassia che ne è protagonista risulta infine
credibile e grandiosa proprio perché
Asimov, da quel vero scrittore che è, evita di
prenderla di petto e si adopera per farla
costantemente balenare tra le righe.
Stabilito il tono (l’unico possibile) per trattare una
materia fredda e remota per
definizione, costruita una cassa di risonanza piena di
incalcolabili, misteriosi echi
siderali, Asimov mette in moto la sua vasta trama,
ispiratagli, come egli stesso
ammette, dalla Decadenza e caduta dell’Impero
Romano, di Gibbon (Edward
Gibbon (1737-1794), uno dei più importanti storici britannici. La sua opera più
famosa è
appunto Decadenza e
caduta dell’Impero Romano (The Decline and Fall of the Roman Empire)
scritto fra il 1766 ed il 1788. (N.d.R.).
Poiché la fantascienza è in fin dei conti una
letteratura d’intrattenimento popolare,
i colpi di scena, i segreti, le motivazioni, gli
equivoci, i sentimenti che fanno parte del
classico armamentario romanzesco sono qui utilizzati a
piene mani, e con notevole
maestria e tempestività, per movimentare il tramonto
del primo impero galattico e la
nascita del secondo. Tuttavia, non c’è dubbio che la
ragione fondamentale del
successo della Trilogia stia nel fatto che si
tratta di un libro di storia.
Chi vi si addentra, può non conoscere Gibbon, Toynbee o Marx (Arnold Joseph Toynbee
(1889-1975), storico britannico e professore di storia greca moderna e storia
bizantina all’Università di Londra. (N.d.R.) - Karl Heinrich Marx
(1818-1883), filosofo ed economista. (N.d.R.), ma la sua reazione sarà certamente quella
dell’amatore di storia che si aspetta dallo “specialista” un racconto ed
insieme una spiegazione del racconto: lieto abbandono al possente fiume degli
avvenimenti, ammirata gratitudine per l’autore che ha capito tutto e ci conduce
con mano esperta nel labirinto, piacere per ogni nuovo groviglio che si forma
dopo lo scioglimento del precedente, assoluta fiducia nella plausibilità delle
connessioni, delle corrispondenze, degli incastri.
Ed a libro chiuso, la più difficile delle domande. È
questo ramificato e stupendo
“sistema” romanzesco a dovere tutto agli scrittori di
storia, o non saranno invece
questi, con le loro ben congegnate fabbricazioni, a
dovere tutto all’arte dei
romanzieri?
Fruttero & Lucentini
Le origini della
Fondazione
Come è nato il più
famoso ciclo fantascientifico
di tutti i tempi
Apparso sul n. 1203 di Urania (18 aprile 1993).
È il mattino del 1° agosto 1941; a New York, nella
Settima Avenue, un giovanotto
di belle speranze sale i gradini del palazzo Street
& Smith, la vecchia casa editrice
specializzata in pulp magazines che pubblica Astounding
Science Fiction (ex
Astounding Stories). Il giovanotto ha un appuntamento col signor Campbell, sì, John
W. Campbell jr., conferma all’usciere mentre attende
impaziente il pass.
Attraversa quindi alcuni corridoi, e finalmente (dopo
la visione di una magica
stanza in cui sono accumulati, in tanti pacchetti, gli
Astounding del mese dopo!),
accede all’ufficio del signor Campbell. Il giovanotto
è Isaac Asimov, un promettente
nuovo autore che ha già venduto cinque racconti e che
si considera ormai uno di
famiglia lì ad Astounding, il re del pulp di
fantascienza.
Quando si reca agli appuntamenti con Campbell – vere e
proprie story conferences, come si dice oggi in gergo hollywoodiano –
Asimov dimentica completamente il mondo esterno, non riesce che a pensare ad Astounding,
al suo direttore ed ai racconti in fieri di cui dovranno parlare
insieme.
Così, oggi, 1° agosto 1941, Asimov non pensa all’ombra
minacciosa di Hitler che
sovrasta l’Europa, all’invasione della Russia od alla
battaglia d’Inghilterra: ma al
fatto che lui deve discutere un nuovo soggetto con
Campbell, e che, purtroppo, non
ha nessun nuovo soggetto in mente...
Preso dalla disperazione (e mentre l’usciere lo
annuncia al direttore), Asimov
comincia a sfogliare nervosamente un volume che tiene
sotto il braccio: sono i libretti
di Gilbert & Sullivan, i famosi autori d’operette
che rimarranno per tutta la vita gli
idoli del nostro autore. Ed ecco, il libro si apre a
caso su una pagina della Iolanthe in
cui la Regina delle Fate si butta ai piedi del soldato
Willis. Il soldato Willis... uhm,
fantastica Asimov abbandonandosi alla libera
associazione d’idee... Spesso, dove ci
sono regine e soldati, c’è anche un impero. Come
l’Impero Romano, per esempio.
Che cadde nel 476 per far posto ad un lungo
Medioevo... A questo punto, la scintilla:
Asimov ha letto per ben due volte il Declino e
caduta dell’impero romano di Gibbon
e si è trastullato con l’idea di volgerlo in chiave
fantascientifica. Ora sa di che cosa
parlerà a Campbell: di un impero galattico e del suo
crollo.
Appena in tempo, perché l’usciere si fa da parte ed
invita Asimov a entrare: il
signor Campbell lo aspetta.
John Wood Campbell è un pezzo d’uomo coi capelli
tagliati a spazzola e gli
occhiali con montatura d’acciaio. Il suo non è un
grande ufficio, ma in quel momento
gli occhi di Asimov luccicano: sulla scrivania
ingombra di carte, in un angolo, spicca
l’originale della copertina del numero di agosto, un
bel disegno di Rogers che
raffigura un gruppo di astronavi azzurrine sulle rampe
di lancio e che illustra il
racconto di Nat Schachner Jurisdiction. C’è
anche il manoscritto di Robert Heinlein
relativo alla seconda puntata de I figli di
Matusalemme, uscita quello stesso mese. Le
correzioni editoriali, a matita rossa, sono discrete
ma evidenti.
Ma il cuore di Asimov
ha un tuffo quando scorge un secondo originale di
Rogers, quello per il numero di
settembre: illustra nientemeno che un suo racconto, il
celebre Notturno!
In un ufficio così c’è da perdere la testa, ed Asimov
deve sedersi. Campbell
capisce: la sindrome dell’autore giovane ha colpito
ancora, e gli porge un bicchiere
d’acqua.
« Caro Asimov, di cosa parliamo oggi? ».
Asimov fa appena in tempo a rispondere: « Di imperi
galattici » che subito
Campbell s’infiamma, l’idea lo ha conquistato, bisogna
scrivere al più presto il
racconto. Ne discutono insieme i particolari, e ben
presto Campbell convince il suo
scrittore che un’idea così non si può comprimere in
una singola storia: ce ne vorranno
due, tre, una serie. Facendo piccoli saltelli eccitati
per la stanza (mentre Asimov lo
guarda con un misto di soddisfazione e d’apprensione)
Campbell si fa raccontare i
dettagli, che il giovane collaboratore improvvisa lì
per lì.
Dunque, il Primo Impero Galattico è crollato: ci
vorranno mille anni prima che il
Secondo possa sorgere dalle sue ceneri, ed è di questo
periodo d’interregno che si
occuperà la serie. Vi saranno narrate le lotte, le
difficoltà, gli imprevisti cui i difensori
della pace galattica andranno incontro per porre fine
al turbolento Medioevo
stellare...
A questo punto (è facile immaginarlo) Campbell si
volta verso Asimov e fa
schioccare le dita: « Caro Asimov, è tutto grandioso,
assolutamente inedito, ma come
può un Medioevo galattico durare solo mille anni?
Andiamo, è ridicolo che su scala
cosmica si debbano rispettare tempi e cronologie
tipicamente terrestri! No, qui ci
vuole una trovata... ».
E così, mentre la story conference prosegue
sempre più infervorata, Asimov e
Campbell abborracciano assieme il concetto di
Psicostoria. Si tratta di una scienza
immaginaria in virtù della quale i ricostruttori
dell’Impero potranno prevedere
scientificamente ciò che avverrà negli anni
d’interregno, influenzando direttamente
gli eventi storici. In questo modo il terribile
Medioevo galattico, destinato a durare
trentamila anni, si ridurrà a soli mille.
Campbell e Asimov si lasciano il primo agosto su
questa intesa; Asimov corre a
casa, scrive il racconto (intitolato Foundation)
e lo spedisce l’8 settembre. Vedrà la
luce sul numero di Astounding datato maggio
1942. Asimov, che fin da quei giorni
lontani è un saggio amministratore di se stesso, fa in
modo che il racconto termini su
un momento di grande suspense: in questa maniera non
c’è pericolo che Campbell
cambi idea e annulli il progetto di una serie.
Ma il nostro autore ha fatto i conti senza l’oste, e
cioè la sua immaginazione. Che,
a quanto pare, si rifiuta categoricamente di
escogitare nuove avventure per i seguaci
di Hari Seldon ed i suoi psicostorici, i soli uomini
capaci di far risorgere l’Impero
abbattuto. Il 2 novembre del 1941 – come Asimov annota
nel suo diario – lo scrittore,
sconfortato, incontra l’amico Frederik Pohl sul ponte
di Brooklyn. Gli confida in
breve le sue ambasce, specificando che da quasi dieci
giorni tenta inutilmente di dare
un seguito a Foundation. Pohl ribatte qualcosa
che Asimov non ricorda, ma che
evidentemente mette in moto un meccanismo inconscio.
Tornato a casa, infatti, il
nostro autore siede al tavolino e comincia a comporre
diligentemente Bridle and
Saddle, il
secondo episodio della serie (pubblicato su Astounding del giugno 1942).
Superato questo scoglio, dice Asimov, i racconti
successivi verranno scritti
facilmente. Si
tratta di: The Big and the Little (agosto 1944), The Wedge (ottobre
1944), Dead Hand (aprile 1945) e The Mule,
pubblicato in due parti nei numeri di
novembre e dicembre 1945: quando apparirà la seconda
puntata, Asimov sarà ormai
sotto le armi.
Terminato il servizio militare, il nostro scrive Now
You See It (gennaio 1948) e si
rende conto che la serie della Fondazione ormai l’ha
un po’ stufato. Nelle sue parole:
« Mi ero stancato del ciclo della Fondazione, così in Now
You See It cercai di porvi
fine, risolvendo il mistero dell'ubicazione della
Seconda Fondazione. Ma Campbell,
quando lo lesse, non ne volle sentir parlare: mi
obbligò a riscrivere il finale ed
ottenne la promessa che avrei preparato almeno un
altro racconto ». La storia
conclusiva appare sui numeri di Astounding del
novembre 1949, dicembre 1949 e
gennaio 1950, divisa in tre puntate. Si intitola And
Now You Don’t, forse l’inizio di
una minacciosa protesta nei confronti di Campbell: « E
adesso non ti azzardare a
chiedermi un seguito ».
Otto anni della sua vita, un totale di 220 mila
parole: è questo il bilancio che
Asimov fa guardandosi alle spalle e ripensando
all’avventurosa storia del ciclo della
Fondazione. L’ultimo racconto esce all’inizio di una
nuova fase della sua carriera:
ormai il nostro è diventato professore di biochimica
alla Facoltà di Medicina
dell’Università di Boston, ha pubblicato il suo primo
libro e non pensa più agli imperi
galattici. Ma come spesso succede, e a dispetto del
suo creatore, la creatura non vuol
saperne di morire.
Chi pensava che il ciclo della Fondazione dovesse
languire per sempre nelle pagine
di Astounding, sbagliava di grosso: negli anni
Cinquanta la fantascienza comincia a
venire pubblicata anche al di fuori delle riviste, sia
in paperback che in edizioni
rilegate.
Asimov fotocopia diligentemente i racconti della
Fondazione e li sottopone a
due case importanti, ma sia Doubleday (destinato, in
futuro, a diventare il suo editore
permanente) sia Little Brown respingono il serial. Ne
è invece attratta una piccola
ditta specializzata in fantascienza, la Gnome Press,
fondata nel 1950. L’editore
accetta di pubblicare il ciclo in edizione rilegata,
ma chiede ad Asimov il piccolo
sforzo di scrivere un supplemento introduttivo, perché
ha la sensazione che il primo
racconto cominci troppo bruscamente. Nel 1951, dunque,
vede la luce Foundation,
che raccoglie l’introduzione e le prime quattro storie
originali; nel 1952 è la volta di
Foundation and Empire (con la quinta e la sesta storia) e nel 1953 Second
Foundation, con
i racconti numero sette ed otto.
Purtroppo, però, Gnome è un editore quasi amatoriale:
Asimov non percepisce un
solo centesimo di diritti d’autore, e questa
situazione esasperante dura dieci anni
buoni. Le cose cambiano nel 1961, quando la Doubleday
che è ormai diventata la
casa fissa di Isaac Asimov, almeno per quel che
concerne la fantascienza – riceve una
richiesta di traduzione del ciclo da parte di un
editore portoghese. Dato che la serie
della Fondazione non le appartiene, Doubleday gira la
richiesta ad Asimov, il quale si
sfoga sconfortato col suo editor; « Al diavolo, Tim,
quei libri sono fuori del mio
controllo ». Timothy Seldes provvede subito a che le
cose cambino, acquistando dalla
Gnome tutti i diritti. L’accordo è raggiunto
nell’agosto ’61: Doubleday stamperà
l’edizione rilegata e la Avon Books quella tascabile
(anche se negli anni precedenti
c’è stata una versione economica, parziale, presso la
Ace).
È da questo momento che il ciclo diviene patrimonio di
quel vasto pubblico che
ignora tutto di Astounding, che storcerebbe la
bocca al solo sentir nominare un
“dinosauro” come Campbell ma che di fatto comincia ad
appassionarsi alla
fantascienza.
L’edizione italiana è del 1963-64; l’edizione omnibus
dello Science Fiction Book
Club americano viene costantemente ristampata da
vent’anni. Migliaia di lettori
scrivono ad Asimov, decretando che il ciclo della
Fondazione sia la sua opera più
riuscita. Questa opinione viene ufficializzata nel
1966, quando la trilogia galattica
riceve il premio Hugo per il miglior ciclo di tutti i
tempi, battendo Il Signore degli
Anelli di
Tolkien.
A differenza di altre opere di successo “datate”, a
cui si è pensato di dare un
seguito per ragioni puramente commerciali, il ciclo
della Fondazione non ha mai
smesso di suscitare richieste di “ancora!” da parte
dei fans. Ad un certo punto un
collega di Asimov, lo scrittore Lester del Rey, ha
minacciato di scrivere lui stesso il
seguito, se Isaac si fosse intestardito a non farlo. E
così, dopo varie pressioni, nel
1971 Asimov siede alla macchina per scrivere e in cima
a un virginale foglio bianco
batte il titolo del suo nuovo romanzo: The
Lightining Rod, capitolo numero quattro
dell’ex trilogia galattica. Ma si arresta dopo sole
quattordici cartelle. « Negli anni
Quaranta – scriverà, a sua parziale discolpa – mi
trovavo nello stato d’animo adatto
ad immaginare le avventure della Fondazione.
Trent’anni dopo non lo ero più: ormai scrivevo
pochissima narrativa e il grosso del mio lavoro era rappresentato dai saggi e
dai libri di divulgazione. Nemmeno la rilettura dei primi tre tomi del ciclo
era bastata a ispirarmi... Anzi, preso dal terrore, mi ero domandato: ma che
diavolo ci troverà, la gente, in una storia come questa? »
Eppure, la gente continuava a trovarla irresistibile.
Passano altri dieci anni: l’attesa
del pubblico è così spasmodica che un pittore milanese
appassionato di fantascienza,
Giuseppe Festino, “ricostruisce” un’ipotetica
copertina della rivista Urania in cui si
presenta il tanto atteso seguito della trilogia.
Il titolo immaginato da Festino per l’edizione
italiana è “Terza Fondazione”. Molti appassionati prendono la burla per vera, e
così, quando si diffonde la notizia che Asimov sta lavorando davvero al quarto
libro della saga, accettano la cosa con una punta di condiscendenza: “loro”
sapevano già.
Invece si tratta di una coincidenza clamorosa: ed i
più informati (i quali sapevano
benissimo che Festino aveva disegnato per il puro
piacere di farlo, senza nessuna
“spifferata” da oltreoceano) restano di sasso quando il
miracolo s’avvera. Certo, il
romanzo non s’intitola Third Foundation, certo,
la sua prima edizione non vedrà la
luce in Urania, ma la profetica anticipazione
non perde nulla della sua magia.
Per scrivere L’orlo della Fondazione Asimov
subisce una sorta di ricatto alla
rovescia: la Doubleday gli spedisce un assegno di 25
mila dollari prima ancora che
lui si metta al lavoro. Ed un anticipo sull’anticipo:
alla consegna del manoscritto
seguiranno altri 25 mila dollari, poi, naturalmente, i
diritti d’autore non appena il
romanzo avrà cominciato la sua fortunata tournée nel
mondo.
Sulle prime Asimov vorrebbe rifiutare: ma Betty
Prashker, senior editor alla
Doubleday, è irremovibile. Tienti l’assegno e
goditelo, dice. Ah, pensa il povero
Asimov, Godermelo! Come faccio a godermelo, quando so
di essere indebitato per
cinquantamila dollari?
Non gli resta che sedersi alla macchina per scrivere,
rispolverare le quattordici
cartelle di The Lightning Rod e battere in cima
al foglio virginale un nuovo titolo.
Cominciato nel giugno 1981, Foundation’s Edge viene
consegnato agli editori il 25
marzo 1982. Inizialmente l’autore pensa di mantenere
il vecchio titolo, The Lightning
Rod; ma gli
fanno presente che sarebbe carino se la parola “Fondazione” si potesse in
qualche modo incorporare. Asimov propone quindi Foundations
at Bay (“Scacco alle
Fondazioni”), per giungere infine al più lapidario Foundation’s
Edge.
E questa è tutta la storia.
Il tema centrale della saga è quello del crollo di un
gigantesco impero galattico e
dei problemi che sorgono per abbreviare il turbolento
periodo d’interregno. Il genere
“imperi galattici” non è un’invenzione di Asimov,
sebbene la fantascienza abbia
cominciato a farne un uso cosciente più o meno negli
stessi anni in cui prendeva
corpo il ciclo della Fondazione. Perché non prima?
Ma innanzitutto per una questione di scope, cioè
di grandezza degli orizzonti: la
neonata science fiction degli anni Venti e Trenta
impiegò un certo tempo per rendersi
conto delle sue potenzialità, per capire che sì, la
velocità della luce poteva essere
infranta, che l’uomo poteva spingersi fuori del
sistema solare, che le stelle – sia pure
a prezzo di avventure titaniche – potevano venir
“domate” e raggruppate in ideali
Federazioni.
Questi, piccoli miracoli di “allargamento
dell’orizzonte” avvennero, più
o meno, fra il 1928 ed il 1940. Solo allora cominciò a
lavorare una generazione di
scrittori che si era formata leggendo la fantascienza
altrui, e che quindi, più che
essere preoccupata di rendere accettabili determinate
convenzioni (il viaggio nello
spazio, nel tempo, ecc.) le dava per scontate e le
portava alle loro estreme
conseguenze.
Il ciclo della Fondazione di Asimov non sarebbe stato
possibile senza le avventure
della Pattuglia Galattica e dei Lensmen di E.E. “Doc”
Smith; della Legione di
Williamson; della Federazione di Edmond Hamilton (in
quei classici della space
opera che sono L’invasione della galassia e I
soli che si scontrano).
Perché un impero galattico sia concepibile, infatti,
occorre: a) postulare non solo il
raggiungimento, ma il superamento della velocità della
luce, cosa teoricamente
impossibile per i fisici ma poeticamente ammissibile
dagli scrittori; b) l’esistenza di
una forma d’amministrazione così complessa da rendere
possibile una civiltà
relativamente omogenea pur se sparsa su stelle
distanti fra loro; c) lo sviluppo,
quindi, di una vera e propria “diplomazia” stellare,
di una politica stellare e così via;
d) l’ammissione
che la storia dell’uomo non si svolga più su un piano planetario, ma
universale. È un balzo concettuale notevole, perché
significa il passaggio da storia
microcosmica a “macrocosmica”: uomo e universo si
ritrovano, coincidono.
Naturalmente, per la loro stessa “grandiosità”, i
racconti sugli imperi galattici
fanno acqua da tutte le parti se esaminati da un punto
di vista logico. Come
giustamente sostiene lo scrittore inglese Brian W.
Aldiss, che all’argomento ha
dedicato un’esemplare antologia (Imperi galattici),
questi racconti piacciono in
definitiva più per il loro sapore di “kolossal”, di
film in costume, di avventura per
l’avventura, che non per le implicazioni
concettuali... Salvo alcune eccezioni.
La serie della Fondazione rappresenta la più celebre
e, forse, la più riuscita di
queste eccezioni. Il suo fascino non risiede infatti
in quell’amalgama di colori violenti
e forti sensazioni per cui amiamo la space opera
“calda” (Hamilton o Williamson),
ma nella “credibilità”, o almeno nella relativa
complessità con cui è costruito lo
scenario ed è mandata avanti l’azione.
Nella galassia di Asimov, insomma, non contano le
battaglie di mostri verdi (che infatti sono assenti), quanto le nozioni di
politica stellare, di economia, le schermaglie diplomatiche e scientifiche. E a
chi, inorridito, si ritraesse dicendo: « Ma è suspense, questa? », dovremmo
rispondere: sì, è suspense, perché Asimov riesce a tramutare quella che
all’inizio sembrava solo una complicata partita a Monopoli in un’avventura
affascinante, ricchissima di colpi di scena, imprevisti, trabocchetti, tale da
far invidia al più consumato romanziere d’avventure.
Con la differenza, ripetiamo, che le avventure di
Asimov sono imperniate
sull’elasticità degli intelletti piuttosto che su
quella dei muscoli; sulle battaglie
politiche piuttosto che su quelle coi cannoni laser.
Il “movimento” di questa
movimentatissima saga è di tipo cerebrale: la trilogia
della Fondazione può a buon
diritto definirsi la “summa” della cosiddetta Età
d’Oro della fantascienza, cioè di
quegli anni Quaranta che furono dominati da Astouning
e dal suo direttore Campbell.
In quegli anni i lettori scoprirono, accanto
all’intramontabile sense of wonder, il
nuovo piacere della speculazione, dell’idea
sofisticata e molto elaborata. A questo
tipo di fantascienza Asimov ed alcuni colleghi –
soprattutto il complesso ed
affascinante Robert Heinlein – hanno dato parecchi
capolavori.
Con Fondazione siamo in presenza di uno dei cicli di
fantascienza più
soddisfacenti d’ogni tempo.
L’impero galattico di Asimov è costruito non solo su
tutta la serie di premesse che
elencavamo sopra (superamento della velocità della
luce. civiltà stellare, storia a
livello cosmico, ecc.) ma su alcune idee originali e
specifiche che qui trovano
fortunata applicazione. In primo luogo, il concetto di
Fondazione: Asimov ritiene che
per salvare la galassia dal caos sia necessaria
l’opera di scienziati avanzatissimi, e
sono appunto questi scienziati a popolare le
Fondazioni istituite centinaia d’anni
addietro da Hari Seldon, l’inventore della
Psicostoria.
In secondo luogo, la Psicostoria stessa: questa
scienza immaginaria non è, al
contrario di quel che si potrebbe pensare, la parente
prossima di un fosco
determinismo, ma si basa in sostanza sulle leggi della
statistica. Se il comportamento
del singolo è imprevedibile, dice Asimov (o meglio Hari
Seldon), il comportamento
di grandi masse di individui è statisticamente
inquadrabile in una serie di tendenze.
Quanto più vasta è la porzione di umanità presa in
esame, tanto più precise
risulteranno le “previsioni” dei suoi movimenti di
massima. Grazie alla Psicostoria il
lunghissimo interregno fra il crollo del Primo Impero
e l’avvento del Secondo verrà
accorciato a proporzioni sopportabili. Ma il bello di
uno scrittore come Asimov è che
non si limita a postulare un’idea e a farla campare di
rendita: no, si diverte a
contraddirla, a immaginare gli ostacoli che le
sbarreranno il passo, ad inventare i
tranelli a cui andranno incontro le soluzioni
prospettate solo un minuto prima. È da
qui che nasce la suspense, il senso del mistero: e nel
caso del ciclo della Fondazione
quest’imprevisto si chiama Mulo, un essere dotato di
poteri “psi” che proprio per
questo rischia di mandare all’aria il lunghissimo
lavorio delle Fondazioni.
Ma i pericoli e gli imprevisti si moltiplicano nei
successivi romanzi, da
Fondazione e Terra a I robot e l’Impero fino al Preludio alla Fondazione che
Asimov ha scritto nel corso degli anni Ottanta.
Fondazione anno zero, il suo ultimo libro, è stato completato poco prima della
morte dello scrittore, avvenuta nell’aprile 1992. È la
storia su cui il cerchio si chiude.
“Nessuno è più insopportabile di colui, che svegliatosi una mattina, afferma di avere avuto un sogno e pretende di imporlo a tutti facendolo passare come una rivelazione dal Cielo”
RispondiEliminaPerò, hai visto il vecchio Asimov, aveva previsto l'avvento di Renzi....... e dei suoi adepti tesserati