martedì 26 maggio 2015

ASIMOV, IL CICLO DELLA FONDAZIONE PARTE TERZA, BY D'ANGELO

“Nessuno è più insopportabile di colui, che svegliatosi una mattina, afferma di avere avuto un sogno e pretende di imporlo a tutti facendolo passare come una rivelazione dal Cielo” (parafrasi di una frase celebre dalle Fondazioni)

CICLO DELLA FONDAZIONE

Terza Parte


Introduzione alla Trilogia
Oscar Mondadori
di Fruttero & Lucentini

La Trilogia Galattica di Isaac Asimov è il “ciclo” fantascientifico più famoso e
più venduto del mondo. I tre volumi, usciti per la prima volta rispettivamente nel
1951, 1952 e 1953, sono stati da allora ristampati innumerevoli volte in America, in
edizioni sia economiche sia rilegate, e tradotti in una ventina di lingue.
Eppure, se si confronta quest’opera così fortunata con altre
grandi saghe spaziali,
essa appare a prima vista assai meno ricca, e quasi incurante di quegli ingredienti
tradizionalmente ritenuti capaci di attirare il lettore di fantascienza. L’infinita e
paradossale varietà del cosmo è qui appena sfruttata, paura, orrore e meraviglia
davanti all’ignoto non hanno parte nella composizione, armi, macchine, animali
impensabili restano tra le quinte. Le impennate dell’immaginazione avveniristica
sono ridotte al minimo, né l’estrapolazione sociologica si presenta dettagliata,
realistica come in altri “futuribili” dello stesso Asimov.

Persino il ritmo della narrazione non ha quella concitata, incalzante rapidità che si accompagna di solito alle avventure tra le stelle.
Dov’è allora il fascino di questo immenso affresco galattico, che cosa lo rende
così irresistibilmente leggibile? Anzitutto, proprio la sua immensità, o meglio,
l’impressione d’immensità che riesce a suscitare. L’andamento ponderoso dei periodi,
la pacatezza, non priva di solennità, dei dialoghi, il maestoso orbitare dell’intreccio,
creano un indefinibile, suggestionante effetto di “dilatazione”, una specie di
sterminato, brulicante sfondo verbale (o musicale) nel quale il lettore si lascia pian
piano irretire, senza ritorno.

Come tutti i veri libri, la Trilogia punta più sull’evocativo che sul descrittivo, e la
Galassia che ne è protagonista risulta infine credibile e grandiosa proprio perché
Asimov, da quel vero scrittore che è, evita di prenderla di petto e si adopera per farla
costantemente balenare tra le righe.
Stabilito il tono (l’unico possibile) per trattare una materia fredda e remota per
definizione, costruita una cassa di risonanza piena di incalcolabili, misteriosi echi
siderali, Asimov mette in moto la sua vasta trama, ispiratagli, come egli stesso
ammette, dalla Decadenza e caduta dell’Impero Romano, di Gibbon (Edward Gibbon (1737-1794), uno dei più importanti storici britannici. La sua opera più famosa è
appunto Decadenza e caduta dell’Impero Romano (The Decline and Fall of the Roman Empire) scritto fra il 1766 ed il 1788. (N.d.R.).

Poiché la fantascienza è in fin dei conti una letteratura d’intrattenimento popolare,
i colpi di scena, i segreti, le motivazioni, gli equivoci, i sentimenti che fanno parte del
classico armamentario romanzesco sono qui utilizzati a piene mani, e con notevole
maestria e tempestività, per movimentare il tramonto del primo impero galattico e la
nascita del secondo. Tuttavia, non c’è dubbio che la ragione fondamentale del
successo della Trilogia stia nel fatto che si tratta di un libro di storia.

Chi vi si addentra, può non conoscere Gibbon, Toynbee o Marx (Arnold Joseph Toynbee (1889-1975), storico britannico e professore di storia greca moderna e storia bizantina all’Università di Londra. (N.d.R.) - Karl Heinrich Marx (1818-1883), filosofo ed economista. (N.d.R.), ma la sua reazione sarà certamente quella dell’amatore di storia che si aspetta dallo “specialista” un racconto ed insieme una spiegazione del racconto: lieto abbandono al possente fiume degli avvenimenti, ammirata gratitudine per l’autore che ha capito tutto e ci conduce con mano esperta nel labirinto, piacere per ogni nuovo groviglio che si forma dopo lo scioglimento del precedente, assoluta fiducia nella plausibilità delle connessioni, delle corrispondenze, degli incastri.

Ed a libro chiuso, la più difficile delle domande. È questo ramificato e stupendo
“sistema” romanzesco a dovere tutto agli scrittori di storia, o non saranno invece
questi, con le loro ben congegnate fabbricazioni, a dovere tutto all’arte dei
romanzieri?
Fruttero & Lucentini

 


Le origini della Fondazione
Come è nato il più famoso ciclo fantascientifico
di tutti i tempi

Apparso sul n. 1203 di Urania (18 aprile 1993).
È il mattino del 1° agosto 1941; a New York, nella Settima Avenue, un giovanotto
di belle speranze sale i gradini del palazzo Street & Smith, la vecchia casa editrice
specializzata in pulp magazines che pubblica Astounding Science Fiction (ex
Astounding Stories). Il giovanotto ha un appuntamento col signor Campbell, sì, John
W. Campbell jr., conferma all’usciere mentre attende impaziente il pass.
Attraversa quindi alcuni corridoi, e finalmente (dopo la visione di una magica
stanza in cui sono accumulati, in tanti pacchetti, gli Astounding del mese dopo!),
accede all’ufficio del signor Campbell. Il giovanotto è Isaac Asimov, un promettente
nuovo autore che ha già venduto cinque racconti e che si considera ormai uno di
famiglia lì ad Astounding, il re del pulp di fantascienza.

Quando si reca agli appuntamenti con Campbell – vere e proprie story conferences, come si dice oggi in gergo hollywoodiano – Asimov dimentica completamente il mondo esterno, non riesce che a pensare ad Astounding, al suo direttore ed ai racconti in fieri di cui dovranno parlare insieme.
Così, oggi, 1° agosto 1941, Asimov non pensa all’ombra minacciosa di Hitler che
sovrasta l’Europa, all’invasione della Russia od alla battaglia d’Inghilterra: ma al
fatto che lui deve discutere un nuovo soggetto con Campbell, e che, purtroppo, non
ha nessun nuovo soggetto in mente...

Preso dalla disperazione (e mentre l’usciere lo annuncia al direttore), Asimov
comincia a sfogliare nervosamente un volume che tiene sotto il braccio: sono i libretti
di Gilbert & Sullivan, i famosi autori d’operette che rimarranno per tutta la vita gli
idoli del nostro autore. Ed ecco, il libro si apre a caso su una pagina della Iolanthe in
cui la Regina delle Fate si butta ai piedi del soldato Willis. Il soldato Willis... uhm,
fantastica Asimov abbandonandosi alla libera associazione d’idee... Spesso, dove ci
sono regine e soldati, c’è anche un impero. Come l’Impero Romano, per esempio.
Che cadde nel 476 per far posto ad un lungo Medioevo... A questo punto, la scintilla:
Asimov ha letto per ben due volte il Declino e caduta dell’impero romano di Gibbon
e si è trastullato con l’idea di volgerlo in chiave fantascientifica. Ora sa di che cosa
parlerà a Campbell: di un impero galattico e del suo crollo.

Appena in tempo, perché l’usciere si fa da parte ed invita Asimov a entrare: il
signor Campbell lo aspetta.
John Wood Campbell è un pezzo d’uomo coi capelli tagliati a spazzola e gli
occhiali con montatura d’acciaio. Il suo non è un grande ufficio, ma in quel momento
gli occhi di Asimov luccicano: sulla scrivania ingombra di carte, in un angolo, spicca
l’originale della copertina del numero di agosto, un bel disegno di Rogers che
raffigura un gruppo di astronavi azzurrine sulle rampe di lancio e che illustra il
racconto di Nat Schachner Jurisdiction. C’è anche il manoscritto di Robert Heinlein
relativo alla seconda puntata de I figli di Matusalemme, uscita quello stesso mese. Le
correzioni editoriali, a matita rossa, sono discrete ma evidenti.

Ma il cuore di Asimov
ha un tuffo quando scorge un secondo originale di Rogers, quello per il numero di
settembre: illustra nientemeno che un suo racconto, il celebre Notturno!
In un ufficio così c’è da perdere la testa, ed Asimov deve sedersi. Campbell
capisce: la sindrome dell’autore giovane ha colpito ancora, e gli porge un bicchiere
d’acqua.
« Caro Asimov, di cosa parliamo oggi? ».
Asimov fa appena in tempo a rispondere: « Di imperi galattici » che subito
Campbell s’infiamma, l’idea lo ha conquistato, bisogna scrivere al più presto il
racconto. Ne discutono insieme i particolari, e ben presto Campbell convince il suo
scrittore che un’idea così non si può comprimere in una singola storia: ce ne vorranno
due, tre, una serie. Facendo piccoli saltelli eccitati per la stanza (mentre Asimov lo
guarda con un misto di soddisfazione e d’apprensione) Campbell si fa raccontare i
dettagli, che il giovane collaboratore improvvisa lì per lì.

Dunque, il Primo Impero Galattico è crollato: ci vorranno mille anni prima che il
Secondo possa sorgere dalle sue ceneri, ed è di questo periodo d’interregno che si
occuperà la serie. Vi saranno narrate le lotte, le difficoltà, gli imprevisti cui i difensori
della pace galattica andranno incontro per porre fine al turbolento Medioevo
stellare...
A questo punto (è facile immaginarlo) Campbell si volta verso Asimov e fa
schioccare le dita: « Caro Asimov, è tutto grandioso, assolutamente inedito, ma come
può un Medioevo galattico durare solo mille anni? Andiamo, è ridicolo che su scala
cosmica si debbano rispettare tempi e cronologie tipicamente terrestri! No, qui ci
vuole una trovata... ».

E così, mentre la story conference prosegue sempre più infervorata, Asimov e
Campbell abborracciano assieme il concetto di Psicostoria. Si tratta di una scienza
immaginaria in virtù della quale i ricostruttori dell’Impero potranno prevedere
scientificamente ciò che avverrà negli anni d’interregno, influenzando direttamente
gli eventi storici. In questo modo il terribile Medioevo galattico, destinato a durare
trentamila anni, si ridurrà a soli mille.
Campbell e Asimov si lasciano il primo agosto su questa intesa; Asimov corre a
casa, scrive il racconto (intitolato Foundation) e lo spedisce l’8 settembre. Vedrà la
luce sul numero di Astounding datato maggio 1942. Asimov, che fin da quei giorni
lontani è un saggio amministratore di se stesso, fa in modo che il racconto termini su
un momento di grande suspense: in questa maniera non c’è pericolo che Campbell
cambi idea e annulli il progetto di una serie.

Ma il nostro autore ha fatto i conti senza l’oste, e cioè la sua immaginazione. Che,
a quanto pare, si rifiuta categoricamente di escogitare nuove avventure per i seguaci
di Hari Seldon ed i suoi psicostorici, i soli uomini capaci di far risorgere l’Impero
abbattuto. Il 2 novembre del 1941 – come Asimov annota nel suo diario – lo scrittore,
sconfortato, incontra l’amico Frederik Pohl sul ponte di Brooklyn. Gli confida in
breve le sue ambasce, specificando che da quasi dieci giorni tenta inutilmente di dare
un seguito a Foundation. Pohl ribatte qualcosa che Asimov non ricorda, ma che
evidentemente mette in moto un meccanismo inconscio. Tornato a casa, infatti, il
nostro autore siede al tavolino e comincia a comporre diligentemente Bridle and
Saddle, il secondo episodio della serie (pubblicato su Astounding del giugno 1942).

Superato questo scoglio, dice Asimov, i racconti successivi verranno scritti
facilmente. Si tratta di: The Big and the Little (agosto 1944), The Wedge (ottobre
1944), Dead Hand (aprile 1945) e The Mule, pubblicato in due parti nei numeri di
novembre e dicembre 1945: quando apparirà la seconda puntata, Asimov sarà ormai
sotto le armi.
Terminato il servizio militare, il nostro scrive Now You See It (gennaio 1948) e si
rende conto che la serie della Fondazione ormai l’ha un po’ stufato. Nelle sue parole:
« Mi ero stancato del ciclo della Fondazione, così in Now You See It cercai di porvi
fine, risolvendo il mistero dell'ubicazione della Seconda Fondazione. Ma Campbell,
quando lo lesse, non ne volle sentir parlare: mi obbligò a riscrivere il finale ed
ottenne la promessa che avrei preparato almeno un altro racconto ». La storia
conclusiva appare sui numeri di Astounding del novembre 1949, dicembre 1949 e
gennaio 1950, divisa in tre puntate. Si intitola And Now You Don’t, forse l’inizio di
una minacciosa protesta nei confronti di Campbell: « E adesso non ti azzardare a
chiedermi un seguito ».

Otto anni della sua vita, un totale di 220 mila parole: è questo il bilancio che
Asimov fa guardandosi alle spalle e ripensando all’avventurosa storia del ciclo della
Fondazione. L’ultimo racconto esce all’inizio di una nuova fase della sua carriera:
ormai il nostro è diventato professore di biochimica alla Facoltà di Medicina
dell’Università di Boston, ha pubblicato il suo primo libro e non pensa più agli imperi
galattici. Ma come spesso succede, e a dispetto del suo creatore, la creatura non vuol
saperne di morire.
Chi pensava che il ciclo della Fondazione dovesse languire per sempre nelle pagine
di Astounding, sbagliava di grosso: negli anni Cinquanta la fantascienza comincia a
venire pubblicata anche al di fuori delle riviste, sia in paperback che in edizioni
rilegate.

Asimov fotocopia diligentemente i racconti della Fondazione e li sottopone a
due case importanti, ma sia Doubleday (destinato, in futuro, a diventare il suo editore
permanente) sia Little Brown respingono il serial. Ne è invece attratta una piccola
ditta specializzata in fantascienza, la Gnome Press, fondata nel 1950. L’editore
accetta di pubblicare il ciclo in edizione rilegata, ma chiede ad Asimov il piccolo
sforzo di scrivere un supplemento introduttivo, perché ha la sensazione che il primo
racconto cominci troppo bruscamente. Nel 1951, dunque, vede la luce Foundation,
che raccoglie l’introduzione e le prime quattro storie originali; nel 1952 è la volta di
Foundation and Empire (con la quinta e la sesta storia) e nel 1953 Second
Foundation, con i racconti numero sette ed otto.

Purtroppo, però, Gnome è un editore quasi amatoriale: Asimov non percepisce un
solo centesimo di diritti d’autore, e questa situazione esasperante dura dieci anni
buoni. Le cose cambiano nel 1961, quando la Doubleday che è ormai diventata la
casa fissa di Isaac Asimov, almeno per quel che concerne la fantascienza – riceve una
richiesta di traduzione del ciclo da parte di un editore portoghese. Dato che la serie
della Fondazione non le appartiene, Doubleday gira la richiesta ad Asimov, il quale si
sfoga sconfortato col suo editor; « Al diavolo, Tim, quei libri sono fuori del mio
controllo ». Timothy Seldes provvede subito a che le cose cambino, acquistando dalla
Gnome tutti i diritti. L’accordo è raggiunto nell’agosto ’61: Doubleday stamperà
l’edizione rilegata e la Avon Books quella tascabile (anche se negli anni precedenti
c’è stata una versione economica, parziale, presso la Ace).

È da questo momento che il ciclo diviene patrimonio di quel vasto pubblico che
ignora tutto di Astounding, che storcerebbe la bocca al solo sentir nominare un
“dinosauro” come Campbell ma che di fatto comincia ad appassionarsi alla
fantascienza.
L’edizione italiana è del 1963-64; l’edizione omnibus dello Science Fiction Book
Club americano viene costantemente ristampata da vent’anni. Migliaia di lettori
scrivono ad Asimov, decretando che il ciclo della Fondazione sia la sua opera più
riuscita. Questa opinione viene ufficializzata nel 1966, quando la trilogia galattica
riceve il premio Hugo per il miglior ciclo di tutti i tempi, battendo Il Signore degli
Anelli di Tolkien.

A differenza di altre opere di successo “datate”, a cui si è pensato di dare un
seguito per ragioni puramente commerciali, il ciclo della Fondazione non ha mai
smesso di suscitare richieste di “ancora!” da parte dei fans. Ad un certo punto un
collega di Asimov, lo scrittore Lester del Rey, ha minacciato di scrivere lui stesso il
seguito, se Isaac si fosse intestardito a non farlo. E così, dopo varie pressioni, nel
1971 Asimov siede alla macchina per scrivere e in cima a un virginale foglio bianco
batte il titolo del suo nuovo romanzo: The Lightining Rod, capitolo numero quattro
dell’ex trilogia galattica. Ma si arresta dopo sole quattordici cartelle. « Negli anni
Quaranta – scriverà, a sua parziale discolpa – mi trovavo nello stato d’animo adatto
ad immaginare le avventure della Fondazione.

Trent’anni dopo non lo ero più: ormai scrivevo pochissima narrativa e il grosso del mio lavoro era rappresentato dai saggi e dai libri di divulgazione. Nemmeno la rilettura dei primi tre tomi del ciclo era bastata a ispirarmi... Anzi, preso dal terrore, mi ero domandato: ma che diavolo ci troverà, la gente, in una storia come questa? »
Eppure, la gente continuava a trovarla irresistibile. Passano altri dieci anni: l’attesa
del pubblico è così spasmodica che un pittore milanese appassionato di fantascienza,
Giuseppe Festino, “ricostruisce” un’ipotetica copertina della rivista Urania in cui si
presenta il tanto atteso seguito della trilogia.

Il titolo immaginato da Festino per l’edizione italiana è “Terza Fondazione”. Molti appassionati prendono la burla per vera, e così, quando si diffonde la notizia che Asimov sta lavorando davvero al quarto libro della saga, accettano la cosa con una punta di condiscendenza: “loro” sapevano già.
Invece si tratta di una coincidenza clamorosa: ed i più informati (i quali sapevano
benissimo che Festino aveva disegnato per il puro piacere di farlo, senza nessuna
“spifferata” da oltreoceano) restano di sasso quando il miracolo s’avvera. Certo, il
romanzo non s’intitola Third Foundation, certo, la sua prima edizione non vedrà la
luce in Urania, ma la profetica anticipazione non perde nulla della sua magia.

Per scrivere L’orlo della Fondazione Asimov subisce una sorta di ricatto alla
rovescia: la Doubleday gli spedisce un assegno di 25 mila dollari prima ancora che
lui si metta al lavoro. Ed un anticipo sull’anticipo: alla consegna del manoscritto
seguiranno altri 25 mila dollari, poi, naturalmente, i diritti d’autore non appena il
romanzo avrà cominciato la sua fortunata tournée nel mondo.
Sulle prime Asimov vorrebbe rifiutare: ma Betty Prashker, senior editor alla
Doubleday, è irremovibile. Tienti l’assegno e goditelo, dice. Ah, pensa il povero
Asimov, Godermelo! Come faccio a godermelo, quando so di essere indebitato per
cinquantamila dollari?

Non gli resta che sedersi alla macchina per scrivere, rispolverare le quattordici
cartelle di The Lightning Rod e battere in cima al foglio virginale un nuovo titolo.
Cominciato nel giugno 1981, Foundation’s Edge viene consegnato agli editori il 25
marzo 1982. Inizialmente l’autore pensa di mantenere il vecchio titolo, The Lightning
Rod; ma gli fanno presente che sarebbe carino se la parola “Fondazione” si potesse in
qualche modo incorporare. Asimov propone quindi Foundations at Bay (“Scacco alle
Fondazioni”), per giungere infine al più lapidario Foundation’s Edge.
E questa è tutta la storia.

Il tema centrale della saga è quello del crollo di un gigantesco impero galattico e
dei problemi che sorgono per abbreviare il turbolento periodo d’interregno. Il genere
“imperi galattici” non è un’invenzione di Asimov, sebbene la fantascienza abbia
cominciato a farne un uso cosciente più o meno negli stessi anni in cui prendeva
corpo il ciclo della Fondazione. Perché non prima?
Ma innanzitutto per una questione di scope, cioè di grandezza degli orizzonti: la
neonata science fiction degli anni Venti e Trenta impiegò un certo tempo per rendersi
conto delle sue potenzialità, per capire che sì, la velocità della luce poteva essere
infranta, che l’uomo poteva spingersi fuori del sistema solare, che le stelle – sia pure
a prezzo di avventure titaniche – potevano venir “domate” e raggruppate in ideali
Federazioni.

Questi, piccoli miracoli di “allargamento dell’orizzonte” avvennero, più
o meno, fra il 1928 ed il 1940. Solo allora cominciò a lavorare una generazione di
scrittori che si era formata leggendo la fantascienza altrui, e che quindi, più che
essere preoccupata di rendere accettabili determinate convenzioni (il viaggio nello
spazio, nel tempo, ecc.) le dava per scontate e le portava alle loro estreme
conseguenze.

Il ciclo della Fondazione di Asimov non sarebbe stato possibile senza le avventure
della Pattuglia Galattica e dei Lensmen di E.E. “Doc” Smith; della Legione di
Williamson; della Federazione di Edmond Hamilton (in quei classici della space
opera che sono L’invasione della galassia e I soli che si scontrano).
Perché un impero galattico sia concepibile, infatti, occorre: a) postulare non solo il
raggiungimento, ma il superamento della velocità della luce, cosa teoricamente
impossibile per i fisici ma poeticamente ammissibile dagli scrittori; b) l’esistenza di
una forma d’amministrazione così complessa da rendere possibile una civiltà
relativamente omogenea pur se sparsa su stelle distanti fra loro; c) lo sviluppo,
quindi, di una vera e propria “diplomazia” stellare, di una politica stellare e così via;
d) l’ammissione che la storia dell’uomo non si svolga più su un piano planetario, ma
universale. È un balzo concettuale notevole, perché significa il passaggio da storia
microcosmica a “macrocosmica”: uomo e universo si ritrovano, coincidono.

Naturalmente, per la loro stessa “grandiosità”, i racconti sugli imperi galattici
fanno acqua da tutte le parti se esaminati da un punto di vista logico. Come
giustamente sostiene lo scrittore inglese Brian W. Aldiss, che all’argomento ha
dedicato un’esemplare antologia (Imperi galattici), questi racconti piacciono in
definitiva più per il loro sapore di “kolossal”, di film in costume, di avventura per
l’avventura, che non per le implicazioni concettuali... Salvo alcune eccezioni.
La serie della Fondazione rappresenta la più celebre e, forse, la più riuscita di
queste eccezioni. Il suo fascino non risiede infatti in quell’amalgama di colori violenti
e forti sensazioni per cui amiamo la space opera “calda” (Hamilton o Williamson),
ma nella “credibilità”, o almeno nella relativa complessità con cui è costruito lo
scenario ed è mandata avanti l’azione.

Nella galassia di Asimov, insomma, non contano le battaglie di mostri verdi (che infatti sono assenti), quanto le nozioni di politica stellare, di economia, le schermaglie diplomatiche e scientifiche. E a chi, inorridito, si ritraesse dicendo: « Ma è suspense, questa? », dovremmo rispondere: sì, è suspense, perché Asimov riesce a tramutare quella che all’inizio sembrava solo una complicata partita a Monopoli in un’avventura affascinante, ricchissima di colpi di scena, imprevisti, trabocchetti, tale da far invidia al più consumato romanziere d’avventure.

Con la differenza, ripetiamo, che le avventure di Asimov sono imperniate
sull’elasticità degli intelletti piuttosto che su quella dei muscoli; sulle battaglie
politiche piuttosto che su quelle coi cannoni laser. Il “movimento” di questa
movimentatissima saga è di tipo cerebrale: la trilogia della Fondazione può a buon
diritto definirsi la “summa” della cosiddetta Età d’Oro della fantascienza, cioè di
quegli anni Quaranta che furono dominati da Astouning e dal suo direttore Campbell.
In quegli anni i lettori scoprirono, accanto all’intramontabile sense of wonder, il
nuovo piacere della speculazione, dell’idea sofisticata e molto elaborata. A questo
tipo di fantascienza Asimov ed alcuni colleghi – soprattutto il complesso ed
affascinante Robert Heinlein – hanno dato parecchi capolavori.

Con Fondazione siamo in presenza di uno dei cicli di fantascienza più
soddisfacenti d’ogni tempo.
L’impero galattico di Asimov è costruito non solo su tutta la serie di premesse che
elencavamo sopra (superamento della velocità della luce. civiltà stellare, storia a
livello cosmico, ecc.) ma su alcune idee originali e specifiche che qui trovano
fortunata applicazione. In primo luogo, il concetto di Fondazione: Asimov ritiene che
per salvare la galassia dal caos sia necessaria l’opera di scienziati avanzatissimi, e
sono appunto questi scienziati a popolare le Fondazioni istituite centinaia d’anni
addietro da Hari Seldon, l’inventore della Psicostoria.
In secondo luogo, la Psicostoria stessa: questa scienza immaginaria non è, al
contrario di quel che si potrebbe pensare, la parente prossima di un fosco
determinismo, ma si basa in sostanza sulle leggi della statistica. Se il comportamento
del singolo è imprevedibile, dice Asimov (o meglio Hari Seldon), il comportamento
di grandi masse di individui è statisticamente inquadrabile in una serie di tendenze.

Quanto più vasta è la porzione di umanità presa in esame, tanto più precise
risulteranno le “previsioni” dei suoi movimenti di massima. Grazie alla Psicostoria il
lunghissimo interregno fra il crollo del Primo Impero e l’avvento del Secondo verrà
accorciato a proporzioni sopportabili. Ma il bello di uno scrittore come Asimov è che
non si limita a postulare un’idea e a farla campare di rendita: no, si diverte a
contraddirla, a immaginare gli ostacoli che le sbarreranno il passo, ad inventare i
tranelli a cui andranno incontro le soluzioni prospettate solo un minuto prima. È da
qui che nasce la suspense, il senso del mistero: e nel caso del ciclo della Fondazione
quest’imprevisto si chiama Mulo, un essere dotato di poteri “psi” che proprio per
questo rischia di mandare all’aria il lunghissimo lavorio delle Fondazioni.

Ma i pericoli e gli imprevisti si moltiplicano nei successivi romanzi, da
Fondazione e Terra a I robot e l’Impero fino al Preludio alla Fondazione che
Asimov ha scritto nel corso degli anni Ottanta.
Fondazione anno zero, il suo ultimo libro, è stato completato poco prima della
morte dello scrittore, avvenuta nell’aprile 1992. È la storia su cui il cerchio si chiude.


1 commento:

  1. “Nessuno è più insopportabile di colui, che svegliatosi una mattina, afferma di avere avuto un sogno e pretende di imporlo a tutti facendolo passare come una rivelazione dal Cielo”
    Però, hai visto il vecchio Asimov, aveva previsto l'avvento di Renzi....... e dei suoi adepti tesserati

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