venerdì 6 novembre 2026

GIUSEPPE ARLOTTA: LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI ( Dai Celti ai " Ceuti ": la globalizzazione del brivido )

 


LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI
 
        (Dai Celti ai "Ceuti": La globalizzazione del brivido)
 
C'è stato un tempo in cui il 2 novembre, il Giorno dei Morti, non era semplicemente una data segnata sul calendario. Era una giornata che apparteneva alla famiglia, alla memoria e, in qualche modo, anche alla festa. Una festa particolare, naturalmente, perché aveva al centro chi non c'era più, ma che proprio per questo riusciva a mettere insieme i vivi, facendoli ritrovare attorno agli affetti, alle consuetudini e ai ricordi condivisi. Per me, la giornata cominciava presto: appena sveglio trovavo il regalo che i miei genitori mi avevano preparato, che era sempre un giocattolo. Ricordo ancora lo stupore e la gioia immediata nel rigirarmelo tra le mani sotto le coperte. Era una piccola sorpresa che rendeva speciale l'inizio di quella mattinata e che, nella mia testa, si legava naturalmente a tutto ciò che sarebbe accaduto dopo. Con ancora quell'entusiasmo addosso e il nuovo gioco stretto tra le braccia, salivo in macchina pronto per la prima tappa della giornata.
 
All'ingresso del cimitero di Messina ci aspettavano nonna Rosaria e gli zii. Insieme ci dirigevamo verso la tomba del nonno Giuseppe, dove ci fermavamo senza fretta. Sistemavamo i fiori, pregavamo e restavamo lì ancora un po'. Io vivevo quei momenti con una percezione diversa da quella degli adulti. Sapevo che il nonno non c'era più, ma la sua assenza aveva ancora qualcosa di concreto, quasi tangibile. Ed era proprio lì, accanto alla tomba, che arrivava la sorpresa più bella. Quando mi sedevo, qualcuno faceva comparire un sacchetto di dolcetti che sembrava essere stato lasciato apposta per me. Mi dicevano che me li aveva regalati lui. Naturalmente oggi so che erano stati i miei genitori a prepararli, ma allora quella spiegazione non aveva bisogno di essere messa in discussione: avevo sette anni e per me era davvero un dono del nonno. E forse era proprio questo il modo in cui imparavamo che chi non c'era più poteva continuare a vivere dentro di noi: attraverso un gesto, una parola, un oggetto, una piccola bugia d'amore.
 
Terminata la visita, si prendeva la strada di casa. Nell'attraversare il cimitero, i miei occhi si soffermavano su qualcosa che ancora oggi mi è rimasto impresso: molte tombe erano vere e proprie opere d'arte funeraria. Monumenti, statue, bassorilievi, angeli, colonne, volti scolpiti nella pietra; cappelle familiari che sembravano piccoli edifici, con decorazioni e particolari eseguiti con una cura che andava ben oltre la semplice funzione di custodire una sepoltura. Era un modo antico di affidare alla pietra la memoria di una persona, quasi a dire che la morte poteva portare via una vita, ma non doveva cancellarne la presenza.
 
A casa ci aspettava il pranzo con i parenti. La tavola diventava il luogo in cui la giornata continuava, passando naturalmente dal ricordo alla conversazione, dai racconti alle risate. E alla fine arrivava il momento che noi bambini attendevamo con particolare interesse: i dolci. Su un grande vassoio scompariva la frutta Martorana, con riproduzioni incredibilmente fedeli di fichi d’india, limoni, mandarini, mele e pere, realizzate con la pasta di mandorle e colorate con una precisione quasi pittorica. Accanto c'era un vassoio più piccolo con gli ossi di morto, uno dei dolci tipici della tradizione siciliana legata a quel particolare giorno. Era, insomma, una giornata nella quale la morte non veniva nascosta, ma nemmeno trasformata in qualcosa di estraneo alla vita. I morti erano presenti nella conversazione, nelle fotografie, nei racconti, nella visita al cimitero; i vivi erano riuniti attorno a una tavola e i bambini ricevevano i loro piccoli doni. Il ricordo dei defunti diventava così parte della vita quotidiana e la famiglia, almeno per un giorno, sembrava ricomporsi attorno a un'assenza. Forse è proprio questa la differenza più grande rispetto a ciò che accade oggi.
 
Nel giro di pochi decenni abbiamo assistito a una trasformazione profonda del modo di vivere questa ricorrenza. Mentre da una parte abbiamo progressivamente perduto molte delle nostre consuetudini, dall'altra abbiamo accolto con entusiasmo una realtà che con la nostra storia, la nostra cultura e la nostra memoria ha ben poco a che fare: Halloween.
 
Sia chiaro, non si tratta di un rito nato ieri, né di una semplice invenzione commerciale. Le sue radici affondano nell'antico Samhain celtico, legato alla fine del raccolto e alla credenza che, in un particolare momento dell'anno, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventasse più sottile. Nel corso dei secoli questa usanza si è intrecciata con le feste cristiane di Ognissanti e della commemorazione dei defunti, fino a trasformarsi, soprattutto negli Stati Uniti, nella manifestazione che conosciamo oggi. Però non bisogna dimenticare che, dietro la facciata commerciale, si tratta pur sempre di eventi nati da un profondo sentimento religioso; la questione, dunque, non è la sua storia, ma ciò che ne abbiamo fatto noi.
 
Abbiamo preso una tradizione che appartiene ad altre terre e ad altri percorsi culturali e l’abbiamo trasformata in un gigantesco supermercato dell’effimero: zucche di plastica, maschere, costumi, decorazioni, feste a tema, dolci confezionati e bambini che, porta dopo porta, ripetono la famosa filastrocca della richiesta di dolci. Oggi festeggiamo Halloween perché fa tendenza, dimenticando che non siamo Celti e, dopo le cronache di quest’estate, con una buona dose di cinico umorismo potremmo persino dire che non siamo nemmeno «Ceuti». Il riferimento è a Ceuta, l'enclave spagnola sulla costa africana, dove la questione della frontiera europea è diventata uno dei simboli delle tensioni legate ai confini geografici e alle migrazioni. Ed ecco il paradosso: mentre alcuni confini vengono difesi con barriere e controlli, noi sembriamo impegnati ad abbattere con entusiasmo quelli culturali, purché dall'altra parte ci sia qualcosa di colorato, divertente e soprattutto vendibile.
 
Siamo passati dal culto solenne dei nostri morti al rito della questua importato dall'America. La massima aspirazione sembra essere quella di travestirsi da morto vivente per ottenere magari un cocktail scontato in discoteca. Abbiamo “paura” dei fantasmi di plastica appesi ai balconi, mentre rischiamo di non vedere le forze reali di un mondo che cambia e bussa alle porte dell'Europa. Parliamo di flussi e di confini, dimenticando che la globalizzazione non sposta solo merci o persone, ma identità: chi arriva oggi alle nostre frontiere spesso porta con sé una religiosità diversa, viva e radicata. Al contrario, noi occidentali rispondiamo svuotando di senso la nostra stessa storia, sostituendo un culto millenario con una messinscena commerciale. La zucca ha ufficialmente colonizzato il Paese dei crisantemi. E il vero «scherzetto» lo subisce il nostro portafogli, mentre il «dolcetto» lo incassano le multinazionali del travestimento usa e getta.
 
Il bambino di cui parlavo all'inizio riceveva un giocattolo al mattino e un sacchetto di dolci al cimitero. Dentro quei piccoli gesti c'erano una famiglia, un nonno, Messina, una tradizione religiosa e culturale, il rapporto fra generazioni. Quel sacchetto non era soltanto un contenitore di caramelle: era il modo con cui si imparava che anche chi era morto poteva continuare, in qualche maniera, a essere presente nei pensieri dei vivi. Oggi i giovani ricevono molto di più e, forse, comprendono molto meno. E purtroppo questo divario coinvolge anche gli adulti, tanto che fa specie immaginare qualche genitore, magari siciliano, che dice all’altro: “Salvatore, comu ti vesti stasira quannu annamu a ballari?”
 
Il problema non è soltanto che siano cambiati i dolci o i costumi. È che si è modificato il significato della ricorrenza. Si è progressivamente affievolito il rapporto familiare con il cimitero, si sono perse molte delle tradizioni legate ai defunti e si sono interrotte alcune delle storie che un tempo passavano naturalmente dai nonni ai nipoti. La mia non è una nostalgia fine a se stessa, che da sola non costruisce nulla; il punto è che una società che perde la memoria rischia di diventare più disponibile ad accogliere qualsiasi cosa venga presentata come nuova, moderna, divertente o indispensabile. E qui entra in gioco il condizionamento, nei giorni che precedono Halloween, televisione, pubblicità, supermercati, social network, scuole, locali e negozi contribuiscono a creare l'impressione che quella festa sia ormai essenziale. Il meccanismo è semplice: prima si crea il desiderio, poi si vende ciò che serve per soddisfarlo. Un dispiegamento di forze commerciali e mediatiche imponente, quasi aggressivo, che non viene minimamente concesso alla nostra celebrazione tradizionale, sistematicamente ignorata, taciuta dai media e declassata a triste retaggio del passato da dimenticare in fretta.
 
Il passaggio tra le due feste, però, non è soltanto un cambio di costume. È il sintomo di una mutazione più profonda. La prima era un momento di pausa, memoria e radicamento, legato alla famiglia, alla fede e alla propria terra. La seconda, nella sua versione contemporanea, è diventata invece una realtà facilmente esportabile, standardizzata e consumabile: la stessa zucca può comparire a Milano, New York o Tokyo, senza bisogno di conoscere la storia del luogo nel quale viene esposta.
 
Entrambe le ricorrenze, pur nella loro diversità — l'una legata alla dimensione religiosa, l'altra trasformata soprattutto in spettacolo profano e commerciale — appartengono comunque a una storia culturale con radici precise. Il problema nasce quando una società smette di conoscere le proprie origini e comincia a sostituirle con prodotti pronti per essere consumati. Non propongo di vietare Halloween, ognuno è libero di festeggiare ciò che vuole. E non credo nemmeno che basti rimpiangere il passato per salvarlo, le tradizioni, per restare vive, devono essere vissute, raccontate e soprattutto trasmesse. Ma proprio per questo dovremmo chiederci se sia davvero inevitabile sostituire una memoria con un prodotto.
 
La questione, allora, riguarda qualcosa di più ampio. Man mano che i confini geografici si irrigidiscono, quelli culturali sembrano liquefarsi. Il rischio è diventare una società sempre più omogenea, che non ricorda più da dove viene e che finisce per celebrare qualunque cosa purché sia fotogenica sui social, facilmente condivisibile e, soprattutto, confezionata con un codice a barre.
 
Il cortocircuito tra la frontiera di Ceuta e le nostre piazze decorate con zucche e fantasmi può sembrare soltanto una provocazione. In realtà pone una domanda seria: che cosa accade quando una cultura smette progressivamente di trasmettere la propria memoria mentre il mondo intorno a essa continua a cambiare? Non si tratta di contrapporre automaticamente culture diverse, né di immaginare che ogni cambiamento demografico conduca necessariamente allo scontro. Ma sarebbe ingenuo pensare che l'identità culturale possa dissolversi indefinitamente senza produrre conseguenze. Ed è qui che ritorna la domanda più importante: domani cosa sarà? Forse il vero problema non sarà più scegliere tra il crisantemo e la zucca, tra il raccoglimento e i bambini che bussano alle porte per chiedere dolci. Il rischio reale potrebbe essere arrivare a un punto nel quale nessuna delle due cose ci appartenga più davvero. Una società che rinuncia al proprio passato non diventa necessariamente più libera. Può diventare semplicemente più fragile, più esposta, più facilmente sostituibile. Smantellando i propri punti di riferimento, si lascia vuoto proprio quello spazio comune che definisce un popolo, l'unico baluardo capace di dialogare con il mondo senza farsi assimilare.
 
Continuo a pensare a quel 2 novembre della mia infanzia. Non c'era bisogno di dire «dolcetto o scherzetto». C'era già tutto: il dolore ma anche la gioia, l'assenza ma anche la presenza della famiglia. C'erano la morte e la vita, i crisantemi, le fotografie, le preghiere, i dolci, le voci dei parenti e quel piccolo sacchetto che, nella fantasia di un bimbo, arrivava direttamente dal nonno. E soprattutto c'era qualcosa che oggi rischiamo di perdere: l’appartenenza a una storia che viene da prima di noi. Forse è proprio da qui che dovremmo cominciare a riflettere.
 
Giuseppe Arlotta
 
5 novembre 2026

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