domenica 9 agosto 2026

GIUSEPPE ARLOTTA: SAPORE DI SALE: Da Librizzi a Patti Marina, cronaca d'amore in un giorno d'estate


                       SAPORE DI SALE 


                  Da  Librizzi a  Patti Marina, cronaca d’amore in un giorno d’estate
 
In quegli anni in cui le comunicazioni telefoniche, soprattutto quelle interurbane, a Librizzi passavano tutte da un unico centralino, mi capitava spesso di trascorrere qualche ora in quella stanzetta angusta, quasi di fronte al negozio di Consalvo Rifici. Era un luogo sospeso nel tempo, impregnato dell’odore caldo della bachelite, del legno consumato e di un vago sentore di polvere elettrica. Lì lavorava Pippo Marziano, amico d’infanzia, che con una naturalezza quasi teatrale infilava e sfilava spinotti, mettendo in comunicazione il Nord Italia con le voci familiari del paese.
 
Io gli facevo compagnia, o almeno così sembrava. In realtà Pippo era un complice perfetto. «Tranquillu, ci pensu iò», mi diceva a mezza voce, senza nemmeno voltarsi, mentre controllava il pannello del centralino. «A chiamata arriva... all’ura giusta.» Grazie a lui, una telefonata poteva diventare un pretesto, un varco segreto. La ragazza veniva avvisata che a una certa ora sarebbe arrivata una chiamata per lei e tutto avveniva alla luce del sole, in pieno giorno, senza che le malelingue paesane potessero sospettare nulla. Era un sistema ingegnoso e innocente, perfetto per programmare incontri lontani da occhi indiscreti. Fu così che, durante una di quelle finte telefonate, riuscii a mettermi d’accordo con Luisa.
 
Proprio quel pomeriggio, mentre attendevo con una certa inquietudine il suo arrivo, al centralino fece capolino anche Achille, compagno di infinite avventure e confidente di molti pensieri che, a quell’età, sembravano importantissimi. Da tempo era al corrente dell’attrazione che provavo per quella ragazza, cosa che cercavo inutilmente di tenere nascosta, ma che finiva regolarmente per tradirsi nei miei sguardi e nelle mie distrazioni ogni volta che lei era presente. Appena lo vide entrare, Pippo sorrise e, indicando me con un leggero movimento del capo, gli sussurrò: «Statti mutu... oggi aspettamu na visita speciali.» Achille mi lanciò uno sguardo divertito e si accomodò su una sedia poco distante. Non disse nulla, ma era evidente che avesse capito immediatamente. Del resto conosceva bene l’effetto che Luisa aveva su di me e, da buon amico, aveva deciso di restare lì a condividere quell’attesa che, ai miei occhi, sembrava interminabile.
 
Faceva particolarmente caldo. L’aria sembrava ferma, densa, e Piazza Catena appariva insolitamente vuota, quasi abbandonata al sole. La pavimentazione chiara rifletteva la luce accecante e il silenzio veniva interrotto soltanto, di tanto in tanto, dal borbottare lontano della marmitta di una vecchia Vespa che risaliva lentamente una delle strade del paese.
 
Quando, dopo circa mezz’ora, la vidi arrivare, fui attraversato da un’improvvisa agitazione ancora prima che raggiungesse l’ingresso del centralino. Appena entrò ci salutò con la sua consueta cordialità, Pippo incrociò lo sguardo di Achille e, con l’aria di chi aveva perfettamente compreso la situazione, disse: «Achìlle, jemu a fari du passi... cca mi pari ca non semu cchiù necessari.» «Hai ragiuni, Pippo», rispose lui alzandosi. «Megghiu lassari spaziu a cu havi cosi cchiù impurtanti di diri.» I due uscirono scambiandosi un’occhiata complice e si allontanarono lungo la piazza, lasciandoci finalmente soli.
 
Ci appartammo in un angolo, all’ombra incerta di un muro scrostato. Sentivo il cuore battermi con un’intensità insolita, quasi volesse trovare lui le parole che io non riuscivo ancora a dire. «Luisa... domani mattina», le chiesi, «con la scusa di andare a Patti... ti andrebbe di venire al mare con me?» Lei abbassò lo sguardo, giocherellando con le dita. Ci fu un attimo di esitazione, poi alzò gli occhi e sul suo viso comparve un’espressione che valeva più di qualsiasi risposta. «Va bene», rispose piano. Quel sorriso, che già da tempo mi aveva catturato, sancì un momento che avrei ricordato a lungo. Mai come quel giorno desiderai che il tempo scorresse più in fretta.
 
La mattina seguente mi ritrovai seduto su uno dei sedili della corriera che da Librizzi portava a Patti. Luisa sedeva qualche fila più avanti, a debita distanza, per non destare sospetti. Ogni tanto incrociavo il suo sguardo riflesso nel vetro del finestrino e quel fugace contatto visivo bastava a riempirmi di un’euforia silenziosa. L’autista affrontava con calma i tornanti che scendevano verso la costa, quasi volesse concedere ai passeggeri il tempo di assaporare il paesaggio. Attraverso i finestrini completamente abbassati entrava un’aria ancora fresca, impregnata del profumo dei noccioleti, della terra e delle piante di rosmarino che crescevano ai margini del manto stradale. Di tanto in tanto il motore sembrava affaticarsi nelle curve più strette, poi riprendeva regolarmente il suo ritmo, accompagnato dal lieve scricchiolio della carrozzeria e dal tintinnare dei vetri che vibravano a ogni asperità dell’asfalto.
 
Dopo una lunga curva la strada iniziò a perdere quota e, quasi all’improvviso, apparve il mare. Fu una visione che, ancora oggi, riesce a riaffiorare nella memoria con la stessa nitidezza di allora. L’azzurro del Tirreno occupava l’intero orizzonte e sembrava fondersi con il cielo in un’unica distesa luminosa. In lontananza, quasi adagiate magicamente sulle acque, si distinguevano le Eolie: Vulcano con il suo profilo severo, Lipari più ampia e maestosa e, più oltre, le sagome delle altre che emergevano dalla foschia estiva come apparizioni. Il sole si rifletteva sulla superficie del mare in una miriade di bagliori che costringevano a socchiudere gli occhi.
 
Arrivammo al capolinea, alla stazione ferroviaria di Patti Marina. Da lì, con circospezione, ci incamminammo verso la spiaggia, evitando la parte più affollata. Procedemmo in direzione Mongiove, finché il paesaggio cambiò gradualmente: la sabbia diventò più fine e chiara, sollevandosi in piccole dune morbide, intervallate da cespugli di macchia mediterranea. Ginestre basse e piccoli arbusti resistenti al sale offrivano un’ombra discreta e gradevolmente odorosa, una protezione naturale dal sole già alto.
 
Eravamo partiti con i costumi già sotto i vestiti e avevo portato con me un telo di spugna, morbido e ancora profumato di sapone, che sarebbe bastato per entrambi. Il mare ci accolse con un’acqua trasparente e piacevolmente fresca, mentre il cielo, limpidissimo, sembrava estendersi sopra ogni cosa. Restammo a lungo immersi in quell’immensità tranquilla, lasciandoci avvolgere da una sensazione di libertà difficile da descrivere, dimenticando tutto: il paese, le abitudini, le cautele imposte da quell’età e da quei tempi. Esistevano soltanto il sole, l’acqua e la gioia semplice di trovarci lì insieme.
 
Dopo il bagno ci sedemmo sul bagnasciuga ghiaioso. L’aria calda asciugava lentamente la pelle, mentre il mare scandiva il passare delle ore con il suo moto leggero e musicale. Attorno a noi la spiaggia si allungava deserta. Eravamo lontani dai rumori, dal chiacchiericcio dei bagnanti, immersi in una quiete interrotta soltanto dalle nostre parole e dal sommesso sciabordio dell’acqua che risaliva la riva per poi ritirarsi lentamente tra i ciottoli, mentre l’odore salmastro che il vento portava dal largo si mescolava al delicato profumo dei numerosi gigli di mare che punteggiavano le dune sabbiose. In quelle condizioni era facile dimenticare tutto il resto e convincersi che il mondo finisse lì, in quel tratto di litorale che pareva appartenere a un’altra stagione della vita. Anche se solo per poche ore, mi sembrava di vivere dentro una realtà tutta nostra, fatta di sguardi timidi, di silenzi carichi di significato e della mia esitazione nel trovare le parole giuste, che continuavano a fermarsi sul limitare delle labbra, senza riuscire a dirle ciò che sentivo davvero.
 
Ogni bagno era un piccolo rito. Entravamo in acqua con lentezza, lasciandoci avvolgere da quella freschezza trasparente che contrastava il calore insistente della giornata. Nuotavamo vicini, senza alcun bisogno di cercarci, e quel continuo muoversi tra le onde sembrava ridurre spontaneamente ogni distanza fra noi. A volte una mano incontrava una spalla, una carezza involontaria sfiorava la pelle dell’altro, un contatto lieve e fugace che, tuttavia, bastava a far accelerare il battito. Nessuno dei due si ritraeva; ci guardavamo sorridendo, come se anche quell’imbarazzo facesse parte di un gioco silenzioso che solo noi comprendevamo.
 
Quando tornavamo a distenderci sul telo ormai stropicciato, che a ogni nostro movimento si riempiva di invadenti granelli di sabbia, mi capitava di osservarla in silenzio. La pelle di Luisa aveva una tonalità leggermente ambrata, dorata dalla luce, e il sole ne disegnava i contorni con una delicatezza che mi turbava. Mille pensieri si accavallavano nella mente: parole non dette, frasi provate e mai pronunciate. Le circostanze sembravano perfette: sapevo di piacerle, lo leggevo nei suoi sguardi, in quel modo malizioso e tenero con cui accompagnava ogni parola. «Qui sembra di stare fuori dal mondo», disse a un certo punto, socchiudendo gli occhi. «Forse perché lo siamo davvero», risposi. «Almeno per oggi.»
 
Intorno a noi la natura sembrava essersi fermata sotto il sole del primo pomeriggio. Piccole lucertole attraversavano la sabbia con movimenti rapidi, lasciando sottili tracce a zigzag. Per lunghi istanti il silenzio era appena sfiorato dal ritmo regolare del mare che si adagiava sulla spiaggia. Quella quiete aveva qualcosa di rassicurante e ci invitava a parlare senza fretta, come se ogni preoccupazione fosse rimasta altrove e nulla potesse incrinare quell’armonia.
 
Parlammo di Librizzi, di quanto fosse ancora una comunità legata alle sue abitudini, forse troppo poco al passo con i cambiamenti che arrivavano altrove. «A volte mi sembra che tutto arrivi qui con molto ritardo», disse Luisa. «Sì... anche certe libertà», aggiunsi sorridendo. Tra noi emersero anche i pensieri sull’amore, sui sogni, sugli amici comuni, su quello che avremmo voluto essere. Erano discorsi semplici, forse ingenui, ma sinceri, come potevano esserlo soltanto a quell’età, quando il futuro sembrava ancora una strada tutta da percorrere e ogni parola aveva un peso diverso. Intanto le ore scorrevano troppo in fretta, come se il tempo avesse deciso di accelerare proprio nel momento in cui avremmo voluto trattenerlo.
 
Il sole continuò a salire e la pelle cominciò ad arrossarsi per la lunga esposizione. Cercammo riparo sotto gli arbusti più grandi, rannicchiati all’ombra rada che riuscivano a offrire. Lì la luce non arrivava con la stessa intensità e sembrava quasi che anche il caldo avesse rallentato il suo impeto. Restammo vicini, scambiandoci poche parole e molti sguardi, osservando i raggi filtrare tra i rami e disegnare piccole macchie dorate sulla sabbia. Senza rendercene conto, il pomeriggio aveva già iniziato la sua lenta discesa verso la sera. Quando arrivò il momento dell’ultimo bagno, ebbi la sensazione che quella giornata ci stesse sfuggendo dalle mani. Tornati a riva, ci asciugammo lentamente, quasi volessimo trattenere ancora per qualche istante il sole, il mare e quella felicità semplice che ci aveva accompagnati per tutto il giorno.
 
Tornare a vestirsi fu un gesto quasi mesto, come se segnasse la fine di qualcosa. Ripercorrevo mentalmente ogni istante, tormentandomi per l’occasione che credevo di non aver saputo cogliere. Mi chiedevo quale impressione le avessi fatto e se il mio continuo esitare non fosse apparso come mancanza d’interesse. Eppure venivo dalla città e avrei dovuto mostrarmi più disinvolto. Non era certo la prima volta che mi trovavo in compagnia di una ragazza, ma con lei ogni certezza sembrava dissolversi. La verità era che la sua presenza riusciva a disarmarmi: bastava uno sguardo, un sorriso o una parola pronunciata con quel suo modo dolce e malizioso perché tutta la sicurezza che credevo di possedere svanisse, lasciandomi prigioniero di un’inattesa timidezza. Non riuscivo ancora a capire che proprio quella mia goffa esitazione, che ai miei occhi sembrava un difetto, forse le parlava più sinceramente di qualsiasi dichiarazione.
 
Non so dire come accadde davvero. So soltanto che, mentre raccoglievamo le poche cose che avevamo portato con noi, ci ritrovammo uno di fronte all’altra. Per un attimo il mondo intorno sembrò fermarsi e rimasero soltanto i nostri sguardi, quel silenzio pieno di attesa e la contezza di un momento che non avrebbe avuto bisognio di molte parole. Poi prevalse l’istinto: lasciai indietro timori e incertezze e la baciai. Fu un gesto semplice, naturale, subito ricambiato. Quando le nostre labbra si separarono, lei mi guardò con un’espressione che non dimenticherò mai e, quasi in un sussurro, mi disse: «Allura mi vò beni!». In quelle parole c’erano insieme dolcezza, stupore e una felicità appena trattenuta. La osservai per qualche istante, come se avessi bisogno di imprimere nella memoria quel volto radioso, l’emozione che traspariva da ogni suo gesto e quel sentimento nuovo che aveva preso forma tra noi, poi le risposi semplicemente: «Sì, molto». Da quel momento, baci e parole fluirono senza sforzo, come se tutto ciò che fino ad allora avevamo trattenuto avesse finalmente trovato la propria strada. Il cuore si riempì di una gioia nuova, profonda. Non vi fu nulla di eclatante; erano altri tempi. Nonostante le dichiarazioni di emancipazione dei giovani di allora, restava forte il senso del rispetto e dell’educazione ricevuta. Ci bastavano quelle piccole, innocenti affettuosità, cariche di un romanticismo che oggi sembra quasi smarrito.
 
Prima di allontanarci mi voltai ancora una volta verso quella distesa d’acqua che per un giorno era diventata il nostro piccolo universo. Il sole, ormai inclinato verso occidente, ne aveva trasformato i colori: l’azzurro intenso del mattino lasciava il posto a sfumature più tenui che accompagnavano lo sguardo fino alle Eolie, immobili sulla linea estrema del mare, quasi a segnare il confine tra il cielo e l’acqua. Una brezza leggera continuava a portare fino a noi l’aroma iodato della costa e quello della sua vegetazione riscaldata dalla lunga giornata estiva. Inspirai lentamente, quasi nel desiderio di trattenere dentro di me quell’aria e quelle sensazioni, senza sapere che, negli anni a venire, sarebbe bastata una fragranza simile per restituirmi, intatto, il ricordo di quel giorno.
 
Poi ci avviammo lentamente lungo la battigia. Alle nostre spalle il litorale si allungava silenzioso e deserto, immerso nei colori morbidi del tardo pomeriggio. Camminavamo senza alcuna fretta, quasi che rallentare il passo potesse ritardare il momento del ritorno. La tenevo stretta a me, con il braccio destro sulle sue spalle, come se temessi di perderla da un momento all’altro. Ogni tanto ci fermavamo spontaneamente, non perché ci fosse qualcosa da osservare, ma semplicemente per guardarci negli occhi, stringerci la mano o lasciarci andare a quelle tenerezze discrete che ci bastavano per sentirci felici. Eravamo ben consapevoli che quella giornata stava volgendo al termine e, come accade quando si vive qualcosa di prezioso, tentavamo quasi senza accorgercene di trattenerne ogni istante.
 
La corriera era già in attesa davanti alla stazione. Salimmo mantenendo ancora una volta una certa distanza. Le convenzioni di allora consigliavano prudenza e noi, pur con il cuore colmo di gioia, continuammo a rispettarle. Quando raggiungemmo la curva della Castagnazza, quasi nello stesso istante sollevammo lo sguardo. Librizzi apparve davanti a noi, adagiato sul fianco della collina, stretto attorno alla sua chiesa madre, avvolto da quella particolare atmosfera che accompagna la fine delle giornate estive. Era il panorama che avevo osservato centinaia di volte tornando da Patti, eppure quel giorno mi sembrò diverso. Il paese era identico a quello lasciato poche ore prima: le stesse strade, gli stessi vicoli, gli stessi balconi affacciati sulla valle. Tutto conservava l’aspetto familiare di sempre. A essere cambiati eravamo noi. Sapevamo entrambi che ci sarebbe stato un dopo.
 
Sapore di sale
Sapore di mare
Che hai sulla pelle
Che hai sulle labbra
Quando esci dall′acqua
E ti vieni a sdraiare
Vicino a me
 
Giuseppe Arlotta
8 agosto 2026
 

4 commenti:

  1. Complimenti Pippo , stupendo racconto. ACA

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  2. che romanticone....

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  3. leggerti mi riempie il cuore di emozioni

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  4. Hai suscitato in me ricordi atavici!

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