venerdì 10 luglio 2026

GIUSEPPE ARLOTTA: I SAPORI DELLO STRETTO: LE COSTARDELLE (racconto gastronomico tra memoria e tradizioni )


GIUSEPPE ARLOTTA TORNA NELLA SUA MESSINA, VI ANTICIPO CHE E' UN RACCONTO LUNGO E GRADEVOLE COME UN PASTO SICILIANO
BUONA LETTURA
IL BLOGGER




 I SAPORI DELLO STRETTO: LE COSTARDELLE
 
                         (racconto gastronomico tra memoria e tradizioni)
 
Esistono sapori che appartengono alla cucina e altri che finiscono per diventare parte della nostra vita. A Messina le costardelle fanno parte di questa seconda categoria. Non sono soltanto un pesce delle nostre acque, né semplicemente una specialità della gastronomia locale. Sono un appuntamento atteso, una consuetudine familiare, un'usanza antica che si tramanda da padre in figlio e che riesce a evocare ricordi, persone e stagioni lontane. Per molti messinesi il loro arrivo rappresenta qualcosa di più di una buona occasione per sedersi a tavola: è il riaffiorare di un legame profondo con il mare, con la città e con la propria storia.
 
Quando arrivano sui banchi dei pescivendoli e nei mercatini rionali, la città sembra cambiare umore. I pescatori conoscono bene quel momento in cui il mare decide di concedere il suo dono. Le correnti, il vento e la luce dell'alba che si riflette tra la Sicilia e la Calabria sembrano accordarsi in un equilibrio misterioso che soltanto chi vive a Messina conosce davvero. Le costardelle compaiono quasi all'improvviso, come una promessa mantenuta dal mare, e i messinesi le aspettano con la stessa emozione con cui si attende una festa.
 
Si avverte un'agitazione felice, una fretta composta fatta di occhi esperti che osservano il pesce fresco, di mani che ne controllano la lucentezza argentata e di clienti che domandano: «Sono arrivate stamattina?». In quei momenti non si tratta soltanto di acquistare del pesce. È un sentimento condiviso, un modo di riconoscersi nella stessa città e nelle stesse tradizioni.
 
Le costardelle portano dentro il sapore dello Stretto, un mare unico al mondo, attraversato da correnti potenti e misteriose, capace di dare al pesce una consistenza e un gusto che difficilmente si ritrovano altrove. Ogni messinese riconosce quel sapore immediatamente. È intenso ma delicato, semplice ma profondo, come certe parole dialettali che non possono essere tradotte senza perdere qualcosa della loro anima.
 
Anche per me le costardelle sono indissolubilmente legate ai ricordi dell'infanzia e della giovinezza. Il primo che mi viene incontro appartiene a quando avevo appena dieci anni.
 
Stavo tornando da Roma accompagnato da mia zia Liliana, moglie di Carmelo, fratello di mio padre, che lavorava nella capitale. Era stato un viaggio bellissimo e istruttivo. Avevo visitato i Fori Imperiali, il Colosseo, il Vaticano, le catacombe, la Piramide Cestia, la tomba di Cecilia Metella e molti altri luoghi che allora mi sembravano immensi e quasi irreali. Ma, come tutte le esperienze più belle, anche quella stava ormai per concludersi. A consolarmi c'era il pensiero del ritorno a casa, dalla mia famiglia e nella mia amata Messina.
 
Quando il treno venne imbarcato sul traghetto per affrontare il breve tratto di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ci recammo sul ponte. Ricordo ancora il vento carico di salsedine che mi investiva il viso, portando con sé minuscole goccioline d'acqua che si posavano sulla pelle come una pioggia impalpabile. Sotto di noi il rumore ritmico delle onde che si infrangevano contro lo scafo accompagnava il lento avanzare della nave, mentre i gabbiani volteggiavano nell'aria seguendo la traversata.
 
Fu allora che notai alcune donne calabresi con grandi ceste rotonde coperte da panni bianchi. Le osservavo incuriosito mentre cercavano di proteggere il contenuto dal sole e dagli sguardi indiscreti.
 
«Sotto quei panni ci sono le costardelle» mi spiegò la zia. «Arrivano dalle coste calabre, dove se ne pescano in grandi quantità. I messinesi ne sono ghiotti.»
 
La traversata fu breve, appena il tempo necessario per lasciarsi ancora accarezzare dal vento di mare e osservare la costa avvicinarsi lentamente. Appena sbarcati alla stazione marittima, all'uscita ci attendevano ancora le caratteristiche carrozzelle trainate da cavalli, presenza abituale nelle strade di Messina molto prima che venissero definitivamente sostituite dai taxi. Salimmo su una di esse e il cocchiere, con un leggero colpo di redini, si avviò lungo via Vittorio Emanuele II. Da un lato si susseguivano gli eleganti edifici della Palazzata, dall'altro il porto pullulava di navi, scaricatori, pescatori e viaggiatori, in un incessante andirivieni che sembrava il respiro stesso della città.
 
Sulla banchina le stesse donne incontrate sul traghetto camminavano con sorprendente naturalezza, mantenendo in perfetto equilibrio le grandi ceste sulla testa, come se quel peso facesse ormai parte del loro corpo.
 
«Vedi?» disse ancora mia zia. «Adesso venderanno le costardelle ai pescivendoli e poi andranno a comprare il sale nei tabacchini. Allora si chiamavano infatti "sale e tabacchi".»
 
Mi spiegò che, dopo aver venduto il pesce, quelle donne riempivano le stesse ceste di sale. Sebbene esistesse ancora il monopolio di Stato, la Sicilia, ricca delle sue antiche saline, lo offriva a un prezzo decisamente più conveniente rispetto a molte altre regioni. Così, dopo averlo acquistato, lo trasportavano sulla sponda calabra, dove quel piccolo carico rappresentava una fonte di guadagno tutt'altro che trascurabile.
 
Mentre il calesse avanzava senza fretta lungo via Vittorio Emanuele II, costeggiando il porto, il ritmo regolare degli zoccoli del cavallo risuonava sui grandi lastroni di pietra lavica, producendo un'eco inconfondibile che allora faceva parte della quotidianità cittadina. Quel suono sembrava fondersi con le voci dei portuali, con i richiami dei pescatori e con il brusio incessante del porto. Intanto ascoltavo incuriosito i racconti di mia zia e osservavo quel mondo operoso di navi, facchini e merci provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Quando giungemmo in via XXIV Maggio, dove abitavano i suoi genitori, sapevo che di lì a poco sarebbe arrivato anche mio padre per riportarmi finalmente a casa.
 
Da quel viaggio sono trascorsi molti anni, ma l'immagine di quelle donne con le grandi ceste colme di pesce non mi ha mai abbandonato. Ogni estate, quando le costardelle ricomparivano sui banchi dei pescivendoli o nelle cassette improvvisate agli angoli delle strade, quel ricordo riaffiorava puntuale, come se il tempo non fosse mai trascorso. Bastava scorgerne i riflessi cangianti o sentirne il profumo di mare perché la memoria mi riportasse a quel viaggio di ritorno da Roma, al ponte del traghetto, alle parole di mia zia Liliana e a quelle figure femminili che attraversavano il porto con le ceste in perfetto equilibrio sulla testa. Fu proprio in una di quelle estati della mia gioventù, quando ormai quei richiami facevano parte del paesaggio quotidiano della città, che ebbe inizio un altro ricordo rimasto indelebile nella mia memoria.
 
A Messina l'estate aveva un ritmo tutto suo. Il tempo sembrava dilatarsi, le ore scorrevano lente e ogni cosa assumeva un'aria sospesa. Persino la scuola, i compiti e le discussioni che durante l'anno riempivano i pensieri parevano essersi presi una tregua.
 
Una mattina, poco prima del consueto soggiorno a Librizzi, decisi di andare a trovare il mio amico Nino La Manna. Quando arrivai, era già in piedi da un pezzo. Ancora prima che aprisse la porta per farmi entrare, sentii diffondersi dalla sua stanza le note di «Birdland» dei Weather Report. Quel suono caldo e avvolgente, tra le espressioni più alte della jazz fusion degli anni Settanta, con il basso inconfondibile di Jaco Pastorius a dominare la scena, sembrava fondersi alla perfezione con l'atmosfera spensierata di quel periodo dell'anno. Nino mi accolse con il suo consueto sorriso sornione e, quasi fosse un gesto rituale che non aveva bisogno di spiegazioni, lasciò che il disco continuasse a girare, mentre la musica riempiva la stanza e accompagnava l'inizio della nostra mattinata.
 
Quando ebbe finito di prepararsi uscimmo di casa per la consueta passeggiata. Appena svoltato l'angolo che conduceva verso il viale Boccetta ci trovammo davanti a una scena che, per i messinesi, apparteneva ormai al paesaggio quotidiano. Sul marciapiede antistante la chiesa di San Francesco, accanto alla cabina telefonica, alcuni commercianti abusivi avevano sistemato cassette colme di costardelle ancora lucide di mare. All'alba avevano acquistato il pescato al mercato ittico e poi si erano distribuiti nei punti più strategici della città, quelli attraversati dal maggior flusso di automobili e di pedoni, nella speranza di vendere rapidamente tutta la merce.
 
Quella presenza aveva un significato ben preciso: la pesca della notte era stata particolarmente abbondante. Le cassette scintillavano sotto il sole del mattino, accendendosi di sfumature d'argento e d'azzurro, mentre i richiami dei venditori si intrecciavano al rumore del traffico, convincendo molti passanti e automobilisti a fermarsi per approfittare di un'occasione tanto gradita quanto inaspettata.
 
Chiacchierando del più e del meno ci incamminammo verso il Bar Sottile, in via Cavour, poco prima di piazza Antonello. Era una di quelle abitudini che l'estate trasformava in piccoli riti quotidiani. Le giornate sembravano non avere fretta e anche noi ci lasciavamo trasportare da quella lentezza piacevole che rendeva ogni passeggiata un'occasione per osservare la città, commentare gli avvenimenti del giorno o semplicemente godere della compagnia reciproca. Le vetrine riflettevano il sole già alto, dai balconi arrivava il profumo del bucato appena steso e il brusio della città si confondeva con il richiamo dei venditori ambulanti.
 
Quando raggiungemmo il bar, scegliemmo un tavolino all'aperto, da dove si poteva osservare il continuo via vai di persone dirette verso il centro. Il cameriere ci conosceva ormai bene e non dovette nemmeno aspettare che finissimo di consultare il menù. Io ordinai la mia immancabile granita al limone con brioche, fresca e profumata, mentre Nino scelse, come sempre, quella al caffè con una generosa nuvola di panna montata. Al primo cucchiaino, una sottile striscia bianca gli rimase impigliata tra i radi baffi leggermente incurvati. Lo osservai per qualche istante trattenendo a stento una risata; poi gli dissi che, con quell'aria assorta e lo sguardo perso nel vuoto, sembrava un giovane Nietzsche intento a meditare davanti a una colazione siciliana anziché sopra un trattato di filosofia. Accennò appena un mezzo sorriso. Cercò perfino di assumere un'aria indifferente, ma era evidente quanto il paragone lo avesse segretamente compiaciuto. Poco dopo arrivò anche Guido Lo Giudice. Si sedette al nostro tavolo con la naturalezza di sempre, senza bisogno di inviti, come accadeva ogni volta che ci incontravamo.
 
Tra un assaggio di granita e l'altro, la conversazione scivolò naturalmente sui temi di sempre. Parlammo delle ragazze incontrate durante le ultime giornate al mare, fantasticando su improbabili incontri serali, commentammo i film in cartellone al Giardino Corallo, lo storico cinema all'aperto che animava le serate estive messinesi, per poi finire, come accadeva immancabilmente, a discutere di musica. Ognuno difendeva con entusiasmo i propri gruppi preferiti, ma senza mai prendersi troppo sul serio. Più che stabilire chi avesse ragione, quelle schermaglie servivano ad allungare il piacere di stare insieme. Le ore trascorsero leggere, finché il campanile del Duomo scandì dodici rintocchi e, quasi sorpresi dal tempo che era volato, guardammo l'orologio rendendoci conto che era ormai giunto il momento di rientrare. Salutammo Guido, dandoci appuntamento nel tardo pomeriggio, e proposi a Nino di venire a pranzo da me. Accettò con il sorriso di chi sapeva già cosa lo aspettava: conosceva bene la cucina di mia madre e sapeva che, sedendosi alla nostra tavola, difficilmente sarebbe rimasto deluso.
 
Durante il tragitto verso casa il sole cadeva quasi a picco sulle strade. Il calore era così intenso che l'asfalto sembrava liquefarsi in una sottile vibrazione luminosa; in lontananza i contorni delle automobili e degli edifici si facevano incerti, come se la città galleggiasse dentro un leggero miraggio estivo. Le serrande di qualche negozio avevano già iniziato ad abbassarsi e dalle finestre socchiuse delle abitazioni uscivano aromi che raccontavano il menù di decine di famiglie messinesi: salsa di pomodoro, cipolla soffritta, peperoni, melanzane fritte, basilico appena raccolto. Erano profumi che da un balcone all'altro sembravano rincorrersi lungo le vie della città, fondendosi in un'unica fragranza familiare capace di evocare immediatamente il pranzo della domenica, anche quando domenica non era.
 
Appena varcammo la porta d'ingresso, quell'insieme di odori lasciò il posto a uno solo, intenso e rassicurante. Il sugo sobbolliva lentamente sul fornello diffondendo nell'aria il profumo del pomodoro maturo, del basilico fresco e dell'olio d'oliva che si erano ormai amalgamati in un equilibrio perfetto. Mia madre era in cucina, avvolta nel suo grembiule a piccoli fiori, intenta a muoversi con quella naturalezza che soltanto chi trascorre una vita ai fornelli riesce ad avere. Non c'era gesto che apparisse affrettato o casuale. Ogni movimento sembrava seguire un ordine invisibile, imparato dall'esperienza prima ancora che dalle ricette. Si voltò appena ci sentì entrare e, con un sorriso che valeva da solo il bentornato, ci accolse nel suo dialetto affettuoso: «'Nduvina chi manciamu oggi?».
 
Prima ancora che provassimo a rispondere, aprì il frigorifero e, quasi fosse un prestigiatore pronto a svelare il numero migliore dello spettacolo, ci mostrò un grande vassoio sul quale erano allineate decine di costardelle già pulite, lucide e argentee, private della testa e disposte con un ordine quasi geometrico. La loro carne compatta rifletteva la luce che filtrava dalla finestra e lasciava intuire tutta la freschezza di quel pescato acquistato poche ore prima. Sul tavolo, accanto a una larga ciotola colma di farina, erano già pronte altre due terrine di vetro contenenti sottilissime mezze lune di cipolla rossa di Tropea immerse nell'aceto. Qualche cubetto di ghiaccio galleggiava ancora in superficie, rendendo il liquido quasi cristallino. Mia madre sosteneva che quel piccolo accorgimento attenuasse la forza dell'aceto senza privarlo della sua vivacità, lasciando alla cipolla soltanto la parte migliore del suo sapore. Era uno di quei segreti che non aveva imparato da un libro di cucina, ma osservando le donne della sua famiglia, e che aveva continuato a custodire con la semplicità di chi non immagina nemmeno di possedere un piccolo patrimonio di tradizioni.
 
«Forza, sedetevi a tavola. Finisco di preparare tutto e arrivo anch'io», disse tornando ai fornelli senza interrompere il lavoro. Non ce lo facemmo ripetere. A quell'età la fame sembrava consumare in poche ore tutte le energie accumulate e ogni mattina trascorsa tra passeggiate, risate e progetti bastava a farci sentire lo stomaco completamente vuoto.
 
La sala da pranzo era inondata dalla luce del primo pomeriggio, che attraversava le tende leggere e si posava sulla tovaglia bianca appena stirata. Tutto era disposto con quell'ordine semplice che caratterizzava la casa di mia madre. I piatti erano allineati con precisione, i bicchieri brillavano accanto alle posate e, poco più in là, le bottiglie d'acqua e di vino bianco, velate da minuscole gocce di condensa, promettevano il sollievo di una bevanda fresca contro il caldo estivo. Al centro della tavola un cestino di mafalde ancora tiepide diffondeva il profumo del sesamo appena tostato. Bastava prenderne una tra le mani perché la crosta, sottile e fragrante, si incrinasse leggermente lasciando cadere qualche seme sulla tovaglia. Poco distante, due piccole ciotole custodivano olive in salamoia e melanzane sott'olio, preparate settimane prima e conservate con la cura di chi sapeva che anche i sapori più semplici meritano il loro tempo.
 
Quando mia madre posò la zuppiera al centro della tavola, gli occhi furono conquistati ancor prima del palato. La pasta era avvolta da una salsa densa e vellutata nella quale il rosso vivo del pomodoro si intrecciava con il verde intenso del basilico, il tocco vivace del peperoncino e la morbidezza delle melanzane fritte, mentre una generosa spolverata di ricotta infornata grattugiata completava il piatto con il suo caratteristico aroma, sapido e leggermente affumicato. Mangiammo con gusto, ma, senza bisogno di dircelo, sia io sia Nino sapevamo che quello era soltanto il preludio. Il vero protagonista di quel pranzo stava ancora aspettando il suo momento, custodito nella cucina accanto, dove l'olio non aveva ancora iniziato a cantare.
 
Mentre terminavamo la pasta, la mamma ci osservava con quel sorriso discreto di chi conosce già il finale della scena. Sapeva bene che, per quanto avessimo apprezzato la prima portata, la nostra attenzione era ormai rivolta a ciò che stava per arrivare. Quando si accorse che avevamo posato le forchette, raccolse i piatti e, mentre si avviava verso la cucina, disse con la naturalezza di chi annunciava un gesto abituale: «Ora vaiu a friiri u pisci».
 
Bastarono quelle poche parole perché io e Nino ci scambiassimo uno sguardo d’intesa. Era l’annuncio più atteso del pranzo, quasi l’inizio di una piccola cerimonia che in casa nostra si ripeteva ogni volta che il mare regalava quel pescato tanto amato dai messinesi.
 
Attraverso la porta socchiusa si intravedevano i suoi movimenti sicuri. Con la tranquillità di chi aveva compiuto quegli stessi gesti centinaia di volte, prendeva un pesce alla volta, lo passava delicatamente nella farina, lo sollevava appena per lasciarne cadere l’eccesso e infine lo adagiava nell’olio ormai giunto alla temperatura ideale. Appena sfiorava la superficie della padella, un crepitio vivace rompeva il silenzio della casa. Era un suono pieno, allegro, che sembrava annunciare l’arrivo di qualcosa di buono ancora prima che il suo aroma raggiungesse le altre stanze. L’olio ribolliva senza violenza, avvolgendo lentamente ogni costardella in una crosta sottile che, minuto dopo minuto, assumeva un colore sempre più caldo.
 
Intanto noi aspettavamo. O, almeno, facevo finta di aspettare con pazienza. Nino, invece, sembrava aver trovato un modo tutto suo per ingannare l’attesa. Allungava la mano verso la ciotola delle olive con la naturalezza di chi era convinto che nessuno lo stesse osservando e subito dopo si concedeva una forchettata di melanzane sott’olio, accompagnandole con grossi pezzi di mafalda ancora fragrante. Ogni volta che spezzava il pane, una pioggia di semi di sesamo cadeva sulla tovaglia, disegnando piccoli sentieri dorati che rendevano quella tavola meno perfetta, ma infinitamente più vera. Lo guardavo divertito senza dirgli nulla. Conoscevo troppo bene quella sua golosità per sperare di contenerla e, in fondo, sapevo che avrebbe continuato a trovare spazio nello stomaco anche dopo aver mangiato una quantità notevole di cibo.
 
La curiosità ebbe presto la meglio sulla pazienza. Mi alzai con il pretesto di vedere se mancasse ancora molto e raggiunsi la cucina. L’aria era più calda che nella sala da pranzo e portava con sé l’intenso odore della frittura appena iniziata, nel quale si riconoscevano ancora il pomodoro della salsa, il basilico, l’aceto della cipolla e perfino il lieve sentore del sesamo proveniente dal pane. Tutti quei profumi si mescolavano senza coprirsi a vicenda, creando un’armonia che ancora oggi associo immediatamente a quelle estati.
 
Mamma Pina era completamente assorta nel suo lavoro. Indossava il grembiule, ormai punteggiato qua e là da leggere tracce di farina, e teneva gli occhi fissi sulla padella con la concentrazione di un artigiano che conosce l’importanza di ogni dettaglio. Non si limitava a friggere. Osservava il colore della superficie, controllava l’intensità della fiamma, inclinava leggermente la padella perché l’olio avvolgesse uniformemente ogni lato e, quando riteneva che fosse giunto il momento giusto, voltava delicatamente il pesce con una forchetta, senza romperne la crosta. Ogni gesto era preciso, misurato, quasi elegante. Non c’era alcuna fretta, perché sapeva che la buona cucina non sopporta l’impazienza e che pochi secondi di troppo avrebbero potuto compromettere il risultato.
 
Uno dopo l’altro, i pesci venivano sollevati dall’olio con la schiumarola e lasciati riposare per qualche istante, mentre le ultime gocce d’olio ricadevano nella padella con un lieve crepitio. Venivano poi disposti ordinatamente sul grande vassoio ricoperto di carta paglia, che assorbiva l’olio in eccesso senza privarli della loro fragranza. Li osservavo mentre assumevano quella tonalità calda e luminosa che oscillava tra l’oro antico e l’ambra, con piccole sfumature color miele lungo i bordi più sottili. La crosta appariva asciutta, leggerissima, percorsa da minuscole increspature che promettevano tutta la fragranza racchiusa sotto quella veste dorata. Dal vassoio continuava a levarsi un filo di vapore che trasportava nell’aria il respiro del mare, ancora vivo nonostante il calore dell’olio.
 
Senza accorgermene mi ero avvicinato un po’ troppo alla padella. Mia madre si voltò, sorrise e, senza smettere di lavorare, mi disse con quella dolce autorevolezza che le apparteneva: «Ancora cincu minuti e tuttu è prontu. Scugniti, sinnò ti bruci». Sapevo che non era soltanto un invito alla prudenza. Era il modo affettuoso con cui, fin da quando ero bambino, mi ricordava che anche l’attesa faceva parte del piacere e che certe cose, per riuscire davvero bene, avevano bisogno dei loro tempi. Le sorrisi e, prendendo con me le ciotole di vetro colme di cipolla rossa immersa nell’aceto, tornai in sala, dove Nino continuava indisturbato a fare piazza pulita di olive e melanzane, ostentando un’aria innocente che non avrebbe convinto nessuno.
 
Pochi minuti dopo il crepitio dell’olio cessò all’improvviso e in casa calò un silenzio quasi irreale. Era il segnale che aspettavamo. Mia madre comparve sulla soglia della sala da pranzo reggendo con entrambe le mani il grande vassoio fumante che depose lentamente al centro della tavola e, quasi senza rendercene conto, io e Nino interrompemmo ogni conversazione. Di fronte a quel piccolo capolavoro della cucina di casa le parole diventavano superflue: bastavano lo sguardo, il profumo e l’impazienza di allungare finalmente le mani verso quel dono del mare che, anno dopo anno, continuava a rappresentare uno dei sapori più autentici della nostra Messina.
 
Le posate, come sempre accadeva in quelle occasioni, rimasero inutilizzate. Le costardelle si mangiavano rigorosamente con le mani, secondo una consuetudine che nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione. Ne presi una ancora bollente, trattenendola appena tra le dita per non scottarmi. La sottile crosta dorata cedette con una lieve resistenza, lasciando subito spazio alla carne soda e saporita. Bastavano pochi morsi perché la lisca si liberasse quasi da sola e tra le dita rimanessero soltanto la coda e quel delicato scheletro perfettamente ripulito che finiva ordinatamente nel piatto.
 
Accanto al vassoio facevano bella mostra di sé le ciotole di vetro colme di sottili mezze lune di cipolla rossa di Tropea, immerse nell’aceto e rese ancora più croccanti da qualche cubetto di ghiaccio. L’aceto ne aveva ammorbidito il gusto senza privarla della sua vivacità, mentre il colore violaceo sembrava accendersi di riflessi ancora più intensi. Bastava accompagnare ogni boccone con qualche fettina di cipolla e un pezzo di mafalda perché il sapore cambiasse completamente. Il calore della frittura trovava nella freschezza leggermente pungente della cipolla un equilibrio perfetto, capace di esaltare il gusto del pesce senza coprirlo. Era un abbinamento così semplice e naturale da sembrare nato insieme alle costardelle stesse.
 
Per qualche minuto si udirono soltanto il lieve spezzarsi del pane, il sommesso posarsi delle lische nei piatti e qualche breve esclamazione di approvazione. Nessuno aveva fretta. Ogni costardella veniva gustata lentamente, quasi con rispetto, come se prolungarne il sapore significasse trattenere ancora un poco quella felicità semplice che soltanto certi pranzi di famiglia sapevano regalare. Mia madre ci osservava in silenzio. Non aveva bisogno di domandarci se fossero cotte bene. Le bastava vedere con quale naturalezza le nostre mani tornavano continuamente verso il vassoio per capire che anche quella volta aveva cucinato qualcosa che sarebbe rimasto nella memoria.
 
Quando anche l’ultima costardella fu consumata, abbassammo quasi contemporaneamente lo sguardo verso i nostri piatti. Le lische, disposte una accanto all’altra, sembravano i candidi resti di un piccolo banco di pesci che il mare avesse deciso di lasciare, per gioco, sulla nostra tovaglia. Bastò un’occhiata perché il verdetto apparisse inequivocabile. Sul piatto di Nino ce n’erano molte più delle mie, allineate con un ordine quasi involontario, come se ciascuna testimoniasse una vittoria conquistata boccone dopo boccone. Mi guardò con quel suo sorriso furbo e soddisfatto, lo stesso con cui, da sempre, accoglieva ogni piccolo successo. Io allargai le braccia in segno di resa e scoppiammo tutti a ridere. Mia madre, divertita, scosse appena il capo: conosceva troppo bene la proverbiale golosità del mio amico per stupirsi ancora.
 
In fondo, quella sfida non aveva mai avuto bisogno di un arbitro né di un vincitore proclamato ad alta voce. Erano le lische a parlare da sole. E anche quella volta raccontavano, senza possibilità di appello, che Nino mi aveva battuto con un margine tale da non lasciare spazio a discussioni. Io, però, accettavo sempre quella sconfitta con il sorriso. Perché, quando sulla tavola comparivano le costardelle appena fritte preparate da mia madre, perdere era quasi piacevole quanto vincere.
 
Oggi molte cose sono cambiate. Le vecchie carrozzelle davanti alla stazione marittima sono scomparse, tanti pescatori appartengono ormai soltanto al ricordo e anche la città non è più quella della mia giovinezza. Eppure l’anima di Messina continua a riconoscersi in quei piccoli gesti che il tempo non è riuscito a cancellare. Attorno a quel piatto non ci si limitava a mangiare: si condividevano racconti, si rideva, si ricordavano persone care e si rinsaldavano legami che sembravano destinati a durare per sempre. Era un rito familiare e collettivo, capace di trasformare un pranzo qualunque in un momento di autentica appartenenza.
 
Forse è proprio questo il privilegio dei sapori autentici: custodire il tempo meglio della memoria stessa. Le costardelle, così semplici eppure così profondamente legate all’identità della mia città, sono diventate un filo invisibile che unisce il mare alla tavola, il passato al presente, l’infanzia alla maturità. E come il loro antico viaggio attraverso le acque dello Stretto, continuano ancora oggi a trasportare emozioni, affetti e frammenti di una Messina che vive ostinatamente nel cuore di chi l’ha amata.
 
Giuseppe Arlotta
 
7 luglio 2026

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