QUANDO NON CI SARO’ PIU’: QUELLO CHE NON MI MANCHERA’
(Cronaca di un mondo che corre verso il baratro)
Quando non ci sarò più, non mi mancherà (sempre che io possa farlo) questo tempo. Non sentirò la nostalgia di ciò che verrà, perché il futuro ha smesso di promettere: minaccia soltanto. E non per colpa del destino, ma per scelta collettiva, per abbandono, per stanchezza morale. Per una resa silenziosa mascherata da progresso, dove ogni rinuncia viene presentata come conquista e ogni arretramento come evoluzione.
Provengo da un mondo che non aveva fretta di consumarsi. Un mondo in cui le cose duravano perché si aggiustavano, non perché erano vintage. Il limite non era una prigione ma un confine che serviva a dare forma, non a escludere. Perché senza confini non esiste identità, e senza identità non esiste responsabilità, solo una massa allineata al conformismo imperante.
La parola “dovere” non faceva paura e non veniva confusa con l’oppressione. La domenica si andava a messa, e non perché fossimo tutti santi, ma perché esisteva ancora il bisogno di riconoscere qualcosa al di sopra dell’individuo. In ogni aula c’era un crocifisso e la religione accompagnava la crescita dei ragazzi senza che nessuno vivesse quel simbolo come un’offesa o una minaccia da cui prendere le distanze.
Si sapeva che non tutto era negoziabile, che non ogni regola era violenza, che non ogni autorità era abuso. E l’idea di ordine non veniva associata automaticamente al sospetto, ma riconosciuta come condizione necessaria della libertà. Le parole pesavano, e proprio per questo si usavano con parsimonia.
Il silenzio non faceva paura, perché non doveva essere riempito a ogni costo. Si cresceva sapendo che non tutto era dovuto, che qualcosa andava meritato, che il rispetto non si reclamava ma si conquistava. Che l’uguaglianza non significava appiattimento, ma pari dignità dentro differenze reali.
La felicità non era una vetrina. Non chiedeva spettatori. Non aveva bisogno di filtri né di approvazione. Era imperfetta, sporca, a volte noiosa, ma vera. Un panino con la mortadella diviso in due, una risata senza testimoni, una sera che non diventava contenuto. Non era un prodotto, era un momento. Non pretendeva diritti, esisteva grazie a responsabilità condivise, a legami che non potevano essere cancellati con un clic.
Oggi tutto è diventato merce, anche l’identità. Si mangia ciò che è di moda, non ciò che nutre. Si beve ciò che rappresenta, non ciò che disseta. McDonald’s come tempio del “tutto uguale ovunque”, sushi come travestimento culturale, simboli divorati senza comprenderli. Non è contaminazione: è svuotamento. È il trionfo della superficie sul senso, dell’importato sull’ereditato, del globale sull’esperienza locale.
Si è smesso di difendere ciò che era nostro per paura di sembrare chiusi. E così, nel tentativo di includere tutto, non si è più custodito nulla. La tradizione è stata trattata come un peso, mai come una bussola. Le radici come un imbarazzo, mai come una forza.
Il consumo non colma più il vuoto: lo allarga. Ma nessuno vuole fermarsi a guardarlo, quel vuoto. Si preferisce riempirlo di oggetti, di rumore, di slogan, di diritti sganciati da qualunque dovere. Si è smesso di chiedersi da dove veniamo, perché sapere chi siamo diventerebbe inevitabile. E questo imporrebbe delle scelte, e scegliere oggi è considerato un atto violento.
Anche l’informazione ha smesso di essere un atto di responsabilità. È diventata una leva, un’arma, un algoritmo. Non racconta il mondo: lo piega. Non illumina: abbaglia. Decide cosa è dicibile e cosa no, chi è accettabile e chi va espulso dal discorso pubblico. La politica non governa, recita. Le idee non si discutono, si etichettano. La complessità è un difetto, il dissenso una colpa morale.
Il pensiero unico non si impone più con la forza, ma con la saturazione. Si parla di tutto per non affrontare nulla. Si moltiplicano le emergenze per non risolvere i problemi strutturali. Si confonde la compassione con la rinuncia, l’accoglienza con il disordine, la libertà con l’assenza di regole. Chi pone domande viene sospettato, chi chiede limiti viene demonizzato.
I giovani crescono dentro questo frastuono permanente. Non ignoranti: disabituati alla profondità. Non superficiali per natura, ma educati alla velocità. Alla lettura si è sostituito lo scorrere compulsivo, alla curiosità l’intrattenimento infinito. Video che si divorano a vicenda, emozioni che durano quindici secondi, indignazioni usa e getta, senza memoria e senza conseguenze. Si insegna loro a rivendicare tutto, ma non a costruire nulla. A pretendere ascolto, ma non a sviluppare argomenti. A contestare l’autorità senza mai imparare a esercitare la propria responsabilità.
La scuola, che avrebbe dovuto essere argine, ha abbassato le sponde. Non forma, amministra. Non educa, gestisce. Ha paura di pretendere, di valutare, di dire “no”. Ha rinunciato al conflitto educativo, e senza conflitto non c’è crescita. Ha smesso di trasmettere un’idea di cultura come eredità e responsabilità, riducendola a nozione neutra, intercambiabile, innocua.
Il merito è diventato una parola svuotata. L’autorità, un abuso presunto. La disciplina, un retaggio da cancellare. E così, nel tentativo di non escludere nessuno, si è finito per non elevare più nessuno. Si è preferito abbassare l’asticella invece di aiutare a raggiungerla.
Il futuro non è più una costruzione, ma un’eventualità. Non si sogna, si sopravvive. Non si progetta, si improvvisa. I modelli non sono esempi di vita, ma caricature di successo. La violenza adolescenziale come estetica del vuoto, l’ostentazione come unica lingua parlata. Il coltello non come strumento, ma come simbolo. Il rispetto non guadagnato, ma imposto. La paura come scorciatoia identitaria in assenza di radici.
In questo mondo, l’apparire ha vinto definitivamente sull’essere. Conta come ti mostri, non chi sei. Conta quanto rumore fai, non cosa dici. L’intimità è sospetta, la profondità imbarazzante. Tutto deve essere esibito, perché ciò che non si vede sembra non esistere più. La dignità è stata sostituita dalla visibilità.
Io ho vissuto altro. Non un’età dell’oro — non esistono — ma un tempo più umano. Un tempo che riconosceva il valore della comunità, della continuità, del sacrificio silenzioso. Un tempo che sapeva che nulla si regge senza qualcuno disposto a prendersene cura, anche senza applausi. Un tempo che mi ha insegnato abbastanza da non temere di lasciarlo andare, perché aveva radici e non solo ali di carta.
Per questo, quando non ci sarò più, non avrò rimpianti. Non perché non mi importi del mondo, ma perché so riconoscere che non mi appartiene più. Ho amato ciò che potevo amare. Ho vissuto ciò che era possibile vivere. E non ho bisogno di assistere alla demolizione di ciò che non si è avuto la forza di difendere.
Il baratro non arriva con il fragore di un crollo. Arriva con l’abitudine. Con l’indifferenza. Con la rinuncia a trasmettere, a custodire, a dire “questo conta”. E il mondo non cade: ci corre dentro, convinto di stare avanzando.
Magari non mi mancherà nemmeno il giorno in cui i calciatori della nazionale scenderanno in campo allo “Shari’a Stadium” (ex Olimpico di Roma) circondati da tribune piene di tifosi che sventolano bandiere palestinesi e iraniane. E forse ci diranno che quello è il progresso, l’inclusione, l’evoluzione inevitabile dei tempi. Ci inviteranno ad adeguarci, a non disturbare il nuovo ordine sentimentale del mondo, dove perfino difendere la propria identità verrà considerato un gesto offensivo. E allora capiremo che una nazione non scompare quando perde una guerra, ma quando smette lentamente di riconoscersi allo specchio e comincia perfino ad avere vergogna del proprio volto.
E se qualcuno, leggendo, penserà che tutto questo sia solo pessimismo, si sbaglia. Il pessimismo è rassegnazione, e io non sono rassegnato: sono consapevole. La storia insegna cosa accade quando una civiltà smette di credere in sé stessa, quando rinuncia a difendere ciò che la tiene in piedi per paura di sembrare severa, impopolare, fuori tempo. Le civiltà non muoiono per mancanza di ricchezza, ma per mancanza di coraggio. Non crollano sotto gli attacchi esterni, ma sotto il peso delle proprie concessioni. Quando non ci sarò più, non mi mancherà questo mondo che confonde la debolezza con la virtù e la resa con la pace. Mi porterò via il ricordo di ciò che valeva la pena essere difeso, anche a costo di restare soli. E se il baratro inghiottirà tutto, non sarà perché mancavano le alternative, ma perché nessuno ha avuto la fermezza di opporsi prima che fosse troppo tardi.
Giuseppe Arlotta - 28 maggio 2026

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