venerdì 17 aprile 2026

IL RITORNO DI GIUSEPPE ARLOTTA: IL RICHIAMO DI LIGHEA ( Memorie di un lettore siciliano e di una sirena )

                                            

DOPO MOLTI MESI RITORNA GIUSEPPE ARLOTTA CON UN VIAGGIO INTERIORE ATTRAVERSO IL PERSONAGGIO DI UN LIBRO.



                                       IL RICHIAMO DI LIGHEA

 
                                   

                                                                                                      (Memorie di un lettore siciliano e una sirena) 

 
Ci sono libri che si leggono. E poi ci sono libri che ci leggono. Non si limitano a raccontarci una storia, ma ci tendono uno specchio, ci chiamano per nome, ci mostrano qualcosa che ignoravamo di noi stessi – oppure che sospettavamo, ma che nessuno aveva mai saputo dire con tanta precisione.
 
Per me la lettura è sempre stata un atto quasi sacrale, un modo di attraversare i confini del tempo e di interrogare il presente. La mia formazione – culturale, emotiva, perfino politica – non si è mai disgiunta dai libri. Sono cresciuto con l’idea che ogni opera importante lasci dentro una traccia, una ferita che brucia, e illumina.
 
La letteratura autentica non consola: forma. Costruisce. Non per accumulo di nozioni, ma per rivelazione.
 
Quando lessi “Lighea”, ero giovane e inquieto. Non sapevo ancora che quell’incontro mi avrebbe accompagnato per decenni. Qualcosa in me lo percepì subito: quella storia mi apparteneva. Questo è il privilegio e la dannazione della grande letteratura: ti mette di fronte a ciò che sei. E ti cambia per sempre.
 
Avevo ricevuto in dono “Il Gattopardo” da mio padre. Non era un regalo qualsiasi: era un gesto che conteneva dentro di sé il peso della trasmissione, della fiducia, un invito a non tradire le radici. Un padre che ti consegna un libro come quello ti sta dicendo: “Qui c’è qualcosa che ti riguarda, qualcosa che un giorno capirai”. Mi immersi nella lettura con voracità e con rispetto, come si fa con ciò che si intuisce destinato a restare. In quelle pagine scoprii una Sicilia che conoscevo solo in parte: la Sicilia della decadenza consapevole, dei palazzi in rovina pieni di dignità, degli uomini fieri e malinconici che avevano visto passare il tempo sopra di loro come una mano immensa che non si può fermare.
 
Quel linguaggio, così limpido eppure solenne, quel gusto per il dettaglio evocativo, quel senso della storia come disfatta ineluttabile, mi presero. E quando chiusi il volume, non ero più lo stesso. Decisi che dovevo leggere altro di Tomasi di Lampedusa, ma scoprii presto che c’era poco: un saggio sulla letteratura inglese, uno su Stendhal e un pugno di racconti pubblicati postumi. Così acquistai “I Racconti” in un’edizione economica della Feltrinelli, e fu tra quelle pagine che incontrai “Lighea”.
 
Un racconto. Neanche lungo. Eppure conteneva tutto: il mito e la carne, il sole e il silenzio, il desiderio, la morte, la nostalgia. C’erano le origini, e insieme qualcosa che le oltrepassava: un senso dell’eterno che sfuggiva alle parole. L’impatto fu immediato, totale, quasi fisico. Le parole scorrevano come onde, e in quel fluire mi riconoscevo, come se la storia prendesse forma dentro di me. Non stavo semplicemente leggendo: era quella a raggiungermi, a riconoscermi, a trascinarmi nel suo stesso respiro.
 
Non ero più soltanto un giovane lettore siciliano: mi identificavo nel Senatore Rosario La Ciura, professore di grecità, irrequieto e assetato di meraviglia; e, poco distante, quasi a fare da tramite tra il suo racconto e la mia attenzione, c’era la figura di Paolo Corbera, giovane aristocratico con vaghe aspirazioni giornalistiche, spettatore curioso e partecipe, seduto al tavolino di un caffè di via Po a Torino, intento ad ascoltare quella storia che si svelava poco a poco, tra memoria e confessione.
 
Era proprio in quell’ascolto, nel tono stesso della narrazione di La Ciura, che avvertivo qualcosa di più di una semplice storia: come un primo avvicinarsi a una presenza destinata a segnare nel profondo, un incontro che già allora portava in sé i tratti di ciò che per me sarebbe stato un amore irripetibile, forse unico, certamente vero.
 
Come lui, sentivo che tutto ciò che mi circondava – discorsi, letture, riferimenti – poteva essere un grande inganno, o forse soltanto una consolazione raffinata. E che, al di là di quella superficie, qualcosa di più autentico, di più terribile e insieme meraviglioso, potesse manifestarsi all’improvviso, come un’apparizione. Qualcosa che non apparteneva del tutto al mondo degli uomini.
 
E fu allora che quella presenza, fino a quel momento appena intuita, prese forma.
 
“Sono Lighea, son figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto.”
 
Mi tornano ancora alla mente queste parole, ogni volta che ripenso a quella prima lettura. Era la fine degli anni Settanta, e io ero ancora nella mia Sicilia. Avevo un lavoro precario in Posta, un’occupazione che mi consentiva almeno una modesta autonomia, qualche soldo in tasca e una libertà essenziale. Ma la mia vera vita, quella che contava davvero, si svolgeva altrove. Non nei turni incerti, non nelle giornate scandite da abitudini prevedibili, ma in quei pomeriggi assolati in cui prendevo un libro, un pacchetto di sigarette e me ne andavo da solo ad Acqualadrone, quando quella spiaggia non era ancora stata addomesticata dal rumore e dalla folla. Lì il tempo rallentava, come se anche lui avesse deciso di fermarsi a guardare il mare.
 
Stendevo il telo da bagno sulla sabbia chiara, mi sdraiavo con il corpo rivolto verso l’acqua, e restavo così. Sentivo il calore del sole penetrarmi la pelle, il sale posarsi sul viso, il respiro farsi più lento. Ma soprattutto avvertivo crescere dentro di me una presenza. Non era immaginazione, non del tutto: era attesa. Un’attesa consapevole, ostinata, quasi amorosa. Attendevo che dal mare emergesse una sirena.
 
Osservavo il mare non come si guarda un paesaggio, ma come si attende qualcuno che deve arrivare. Ogni increspatura dell’acqua mi sembrava un segnale, ogni mutamento di luce una promessa. Ero innamorato di una figura che esisteva solo in un libro, eppure la percepivo più viva di molte persone reali. Lighea non era un personaggio: era diventata una possibilità. Un’ipotesi del cuore.
 
In quei momenti credevo davvero – con una convinzione che oggi mi commuove – che da quelle acque limpide, da un momento all’altro, sarebbe apparsa lei. La sirena. Non come una fantasia infantile, ma come un destino che prende forma.. Mi sembrava naturale pensarlo. Inevitabile. Come se il mare, prima o poi, dovesse restituirmi ciò che avevo riconosciuto come mio.
 
Rivedevo le parole di La Ciura senza leggerle, come se non fossero più sulla pagina ma dentro di me:
 
“Mi voltai e la vidi: il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare.”
 
“Dai disordinati capelli color di sole l’acqua colava sugli occhi verdi apertissimi, sui lineamenti d’infantile purezza.”
 
“Sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce…”
 
E in quel voltarmi c’ero io.
 
Il volto liscio, la giovinezza senza tempo, i capelli sparsi sull’acqua, quella voce che non chiedeva, non implorava, ma chiamava. “Mi piaci. Prendimi”.
 
In quei momenti il pensiero correva a Ulisse, al suo desiderio ostinato di ascoltare il canto delle sirene senza soccombere al loro incanto. Aveva dovuto farsi legare all’albero della nave per non cedere, per non perdersi in quella voce che prometteva conoscenza e annientamento, mentre i compagni, con le orecchie colmate di cera, remavano senza udire. Voleva conoscere senza perdersi, sfiorare il mistero senza abbandonarsi ad esso.
 
Io, invece, no. Non avrei voluto nessuna fune a trattenermi. Non cercavo salvezza, ma immersione. Non temevo il canto: lo attendevo. Se una voce fosse salita da quelle acque limpide, se Lighea mi avesse chiamato con il suo dire senza tempo, io non avrei opposto resistenza. Avrei sciolto ogni corda prima ancora che venisse imposta, avrei consegnato il mio corpo e il mio ascolto a quella voce, come si consegna qualcosa che non ci appartiene più.
 
Perché non desideravo tornare, come Ulisse, alla riva conosciuta. Desideravo varcare quella soglia invisibile che separa il mondo degli uomini da quello delle creature antiche. E se il prezzo fosse stato lo smarrimento, la perdita di sé, lo avrei accettato. Vi è infatti un amore che non salva nel senso umano del termine, ma compie. E in quel canto — immaginato e tuttavia più reale di ogni parola umana — io riconoscevo la promessa di quell’amore.
 
Era questo l’amore che sentivo: non possesso, non progetto, ma abbandono. Un’esperienza che non temeva la fine, perché si compiva nell’istante stesso in cui nasceva. Un sentimento profondo, assoluto, che non chiedeva durata per essere vero. Lighea era la bellezza che non si può trattenere, ma soltanto accogliere. Era il desiderio senza misura, l’eros antico che precede le regole, la morale, la paura: “Giungemmo a riva: presi fra le mie braccia il corpo aromatico…”. Non un inganno. Non una seduzione distruttiva. Ma una forma più alta di amore. Non apparteneva alla sicurezza, ma alla verità; non proteggeva, ma rivelava; non consolava, ma conduceva a una pienezza improvvisa e totale. Era questo che mi colpiva: non solo la sensualità, ma la profondità del sentimento.
 
Quelle immagini non erano più letteratura: erano esperienza interiore.
 
Io restavo lì, disteso sulla sabbia, con il cuore aperto e gli occhi sull’orizzonte. E aspettavo. Non perché fossi ingenuo, ma perché ero vivo. E perché, in quel momento, amare così mi sembrava la cosa più naturale del mondo.
 
Mi riconoscevo in La Ciura come in uno specchio inquieto, malinconico, incapace di placare il proprio turbamento né con le donne né con il sapere. Un uomo che aveva attraversato i libri ma non ancora il mistero. Come lui, sentivo di essere figlio della mia isola e della sua storia, ma anche prigioniero di una forma che mi stava stretta.
 
Ed è allora che capivo – senza saperlo spiegare – che Lighea non veniva solo dal mare, ma dalla poesia stessa. Figlia di Calliope, sì, ma anche figlia di quella Sicilia profonda dove il mito non è mai morto, dove l’impossibile non fa scandalo. Era lei a rompere la prigione. Lei a offrire una via d’uscita che non era fuga, ma immersione totale nella vita.
 
Col tempo ho imparato che ogni esistenza è destinata a compiersi e a consumarsi, come un’onda che nasce, cresce e infine si dissolve nel mare da cui proviene. E forse anche la mia avrà una fine simile: non nel rumore, non nella paura, ma in un ultimo gesto di abbandono. Mi immagino su un ponte di nave, al limitare tra terra e infinito, con lo sguardo rivolto ancora una volta verso quell’acqua che non ha mai smesso di chiamarmi. Non legato, non trattenuto, ma libero. Libero di ascoltare.
 
E allora, forse, tra il respiro del mare e il silenzio del cielo, sentirò finalmente quel canto. Non più immaginato, nè atteso:  reale. La voce di Lighea che mi raggiunge, che mi riconosce. E senza più esitazione, senza più ritorno, mi lascerò andare verso di lei, scomparendo tra le onde, come se quel destino fosse scritto fin dall’inizio.
 
“Io ti ho amato e, ricordalo, quando sarai stanco, quando non ne potrai più. Non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì, perché sono ovunque, e la tua sete di sonno sarà saziata.”
 
Giuseppe Arlotta
 
15 aprile 2026
 

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