giovedì 5 marzo 2026

GOFFREDO DI SAN MARTINO: PER UNA GIUSTIZIA PIU' LIMPIDA E DISTINTA: LE RAGIONI DI UN SI CONSAPEVOLE ALLA RIFORMA

 GOFFREDO DI SAN MARTINO TORNA SUL BLOG E CI PARLA DELLE RAGIONI DEL SI AL REFERENDUM DEL 22 E 23 MARZO.


PER UNA GIUSTIZIA PIU’ LIMPIDA E DISTINTA: LE RAGIONI DI UN SI CONSAPEVOLE ALLA RIFORMA

 
La riforma della giustizia e, in particolare, la proposta di separazione delle carriere dei magistrati rappresentano un passaggio che merita un’analisi ponderata, libera da slogan e da caricature ideologiche. È un tema che tocca l’architettura profonda dello Stato e il modo in cui esso amministra uno dei suoi poteri più delicati: quello giudiziario. Proprio per questo, sarebbe riduttivo e improprio trasformare il referendum in una contesa identitaria o in un regolamento di conti politico.
 
Negli ultimi decenni, il dibattito sulla giustizia in Italia si è spesso polarizzato. Da una parte, chi teme che ogni intervento possa indebolire l’autonomia della magistratura; dall’altra, chi ritiene che l’assetto attuale necessiti di un riequilibrio per rafforzare imparzialità e trasparenza. La proposta di separazione delle carriere si colloca in questo secondo orizzonte: non come un atto punitivo, ma come un tentativo di chiarificazione funzionale.
 
Oggi, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e condividono un percorso professionale che consente, nel corso della carriera, il passaggio da una funzione all’altra. Formalmente, ciò è coerente con l’idea di un’unica magistratura. Tuttavia, sul piano sostanziale, giudicare e accusare sono attività ontologicamente distinte: il giudice deve essere terzo e imparziale; il pubblico ministero esercita l’azione penale, rappresentando l’interesse pubblico nell’accusa.
 
Separare le carriere significa riconoscere questa diversità strutturale. Non si tratta di creare gerarchie né di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo, come talvolta si paventa. Piuttosto, si tratta di rafforzare la percezione – e la sostanza – dell’equidistanza del giudice rispetto alle parti, rendendo più nitida la linea di confine tra chi sostiene l’accusa e chi è chiamato a decidere.
 
Un altro nodo cruciale riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura. La proposta di duplicazione del CSM – uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente – nasce dalla stessa logica di differenziazione funzionale. Se le carriere sono distinte, appare coerente che anche gli organi di autogoverno rispecchino tale distinzione. Ciò potrebbe contribuire a una gestione più mirata delle valutazioni, delle nomine e delle progressioni, evitando sovrapposizioni e ambiguità.
 
Non meno rilevante è il tema del sorteggio per la composizione del CSM, concepito come antidoto al fenomeno delle correnti interne alla magistratura. Negli anni, tali aggregazioni hanno assunto un peso determinante nelle dinamiche elettive, generando talvolta l’impressione di logiche spartitorie o di appartenenza prevalenti sul merito. L’introduzione di meccanismi di sorteggio – eventualmente temperati da criteri di competenza – può rappresentare una risposta innovativa, volta a ridurre la cristallizzazione delle cordate e a restituire centralità alla professionalità individuale.
 
È importante sottolineare che questo referendum non è – e non dovrebbe essere – un plebiscito pro o contro un governo. Non è un termometro dell’umore elettorale, né un’occasione per lanciare messaggi indiretti alla maggioranza o all’opposizione. È, invece, un momento di deliberazione su un assetto istituzionale che incide sulla qualità della democrazia.
 
Alcune narrazioni propagandistiche hanno tentato di delegittimare il fronte del “SI” associandolo, in modo suggestivo e generalizzante, a figure opache o a interessi inconfessabili. Si tratta di una strategia retorica che impoverisce il confronto pubblico. In una democrazia matura, le riforme si discutono nel merito, non attraverso insinuazioni o etichette infamanti. Attribuire il sostegno a una riforma a categorie stigmatizzate non sostituisce l’argomentazione: la elude.
 
Sostenere il “SI” può significare, per molti cittadini, auspicare un sistema giudiziario più lineare, più leggibile, meno esposto a dinamiche corporative. Può voler dire chiedere una maggiore simmetria tra accusa e difesa, una più marcata terzietà del giudice, una governance interna meno permeabile a logiche di appartenenza. Non è una scelta contro qualcuno, ma per un modello istituzionale ritenuto più coerente.
 
Ogni riforma comporta interrogativi e richiede attenzione nell’attuazione. Nessun testo normativo è una panacea. Tuttavia, l’immobilismo non è sinonimo di garanzia. Quando un sistema mostra criticità persistenti – lentezze, percezioni di opacità, tensioni interne – è legittimo interrogarsi su possibili correttivi.
 
Il referendum offre ai cittadini la possibilità di incidere direttamente su questo snodo. Non è un sondaggio sull’operato dell’esecutivo, né una prova di forza tra schieramenti. È un’occasione per esprimersi su un’idea di giustizia e di ordinamento giudiziario.
 
Con pacatezza, senza demonizzazioni reciproche, si può ritenere che la separazione delle carriere, la duplicazione del CSM e l’introduzione di meccanismi di sorteggio costituiscano strumenti utili per rinnovare un equilibrio che oggi appare, a molti, bisognoso di aggiornamento.
 
Per queste ragioni, chi vede nella riforma un’opportunità di miglioramento strutturale può scegliere di votare SI. Non per appartenenza, non per reazione, ma per convinzione: nella prospettiva di una giustizia più distinta nei ruoli, più trasparente nelle dinamiche interne e più solida nella fiducia dei cittadini.
 
Goffredo di San Martino
 
5 marzo 2026
 

1 commento:

  1. Il problema sta soltanto nel fatto che gli organi di autogoverno saranno estratti a sorteggio tra migliaia di giudici per quanto riguarda la quota a disposizione dei magistrati, mentre per la quota a disposizione della politica saranno sorteggiati da un elenco di qualche decina di persone scelte dalla politica stessa.
    Facile da capire che la politica avrà molto più controllo di adesso sui magistrati.
    E chi ne beneficerà?
    Sicuramente i politici. I cittadini normali non credo.

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