UN ALTRO FILM DA RECUPERARE IN TV, IN RETE O IN DVD, OGGI PIERO FOCARETE PROPONE UNA SUA ANALISI CRITICA SU " IL DUBBIO " SPLENDIDO FILM CON MERYL STREEP USCITO CIRCA DUE ANNI FA.
IL DUBBIO
Un dramma psicologico incentrato su un unico dilemma: se sia fondato o no il sospetto di una madre superiora sulla pedofilia di un sacerdote, da poco entrato nel convento-scuola e divenuto popolare fra genitori e allievi grazie alle sue vedute anticonformiste. La storia è ambientata in una cittadina americana degli anni Cinquanta, e contiene tutti gli ingredienti del giallo (suspence, ambiguità degli indizi, ambivalenza dei personaggi) senza però quel sovraccarico di dettagli che spesso caratterizzano il genere: tutto ruota intorno alla supposizione della suora protagonista (una Meryl Streep in uno stato di compiaciuto virtuosismo) circa l’esistenza di un rapporto morboso fra il sacerdote (Philippe Seymour Hoffman) e uno dei ragazzi. Alla base del “dubbio” vi sono pochi elementi: una voce di corridoio, qualche gesto di eccessiva premura da parte del parroco verso il giovane, coincidenze sospette. Per il resto si tratta solo di sensazioni, che spingono la donna ad un’incalzante indagine, che costringerà il sacerdote a lasciare il suo incarico.
I due personaggi, apparentemente in antitesi, finiscono per rivelare una sempre maggiore somiglianza nel corso del film, nonostante il loro contendere: severa e irreprensibile lei, accattivante e progressista lui, sebbene la realtà mostri come il ruolo che scegliamo (o che altri scelgono per noi) è solo una parte di ciò che siamo veramente, e che tutto quanto ci sforziamo di nascondere, in quanto contrario all’etichetta, è pronto ad uscire alla minima distrazione. La suora intransigente è prigioniera del suo ruolo tanto quanto il prete liberale: entrambi eccedono, avrà la meglio (a ragione, forse …) la prima, ma il confine tra il bene e il male qui è labile, perché l’inquisitrice non è simpatica, è senza pietà, sembra quasi senza cuore e probabilmente è mossa più da paura del diverso che da un genuino senso di giustizia, mentre l’inquisito, per il quale si parteggia praticamente fino alla fine del film, perde sempre più credibilità e giungerà ad una resa dal sapore di una confessione.
I due personaggi resistono fino alla catarsi, quando una menzogna della suora indurrà il sacerdote a dichiarare “fra le righe” la propria colpevolezza. Ma ciò non basterà a dissipare i dubbi dell’investigatrice in abito talare: l’assenza di una prova schiacciante, di una chiara ammissione dell’uomo lascia sul caso una coltre di precarietà che lasciano la donna nel tormentoso dilemma. L’ambientazione religiosa rende la storia ancora più densa di implicazioni morali: fino a che punto ci si può spingere nella lotta contro il male? “Ci si allontana di un passo da Dio, ma sempre al suo servizio”- afferma la suora in un paio di momenti del film, la prima volta con convinzione, la seconda tradendo l’angoscia di chi teme di aver fatto un passo falso.
La pellicola, diretta nel 2008 da John Patrick Shanley e candidata a 5 Premi Oscar, si segnala non solo per il fatto di raccontare una storia simile a tante realmente accadute in ambiente ecclesiastico, ma soprattutto per essere un’eccellente riflessione sulla fragilità del bene e sull’ambiguità del male, sulla coscienza e sul senso di colpa.
Voto: 9
Piero Focarete
Tutt'ora ho il dubbio della colpevolezza del prete. Davvero un bel film.
RispondiEliminaIn effetti la suora ti instilla il dubbio....ho visto e rivisto per ben 4 volte il film, e ancora ora non sono sicura della colpevolezza del sacerdote.....bellissimo film...
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