venerdì 9 maggio 2025

GIUSEPPE ARLOTTA: LA REALTA' DELLA GHETTIZZAZIONE POLITICA ( ESSERE DI DESTRA NEGLI ANNI 70 )

 LA REALTÀ DELLA GHETTIZZAZIONE POLITICA

(Essere di destra negli anni ’70)
Quando, oltre cinquant’anni addietro, a Napoli, in un banco di libri della Festa dell’Unità, un amico cercò di acquistare “Al di la del bene e del male” di Nietzsche, l’addetto alle vendite glielo strappò di mano e lo fece a pezzi. Un gesto brutale, quasi teatrale, che sembrava voler dire: “Questo libro non è per te”. Quell’episodio mi tornò in mente molti anni dopo, agli inizi del 2000, quando consegnai ad un conoscente un invito per una conferenza, di Fausto Biloslavo riguardante le Foibe da tenersi a Crescentino : lui lo prese, me lo strappò in faccia e mi urlò, carico di rancore, che non dovevo neanche permettermi di proporgli certe cose.
Essere di destra, da giovane, negli anni ’70, significava essere non conforme. Non tanto per moda o per ribellione sterile, ma per necessità interiore. Quando la stragrande maggioranza dei miei coetanei guardava a sinistra come unica via possibile, quando i media, la scuola, perfino la musica, sembravano parlare una sola lingua ideologica, scegliere un'altra direzione era un atto che richiedeva consapevolezza, forza e una buona dose di incoscienza.
Dicevi di leggere Evola? Dovevi subito giustificarti, minimizzare, buttare le mani avanti: “Sì, ma solo per capire un certo pensiero …” – come se fosse sufficiente un libro per marchiarti. Bastava una citazione, una frase fuori posto, per essere etichettato, isolato, spesso anche aggredito verbalmente – e talvolta fisicamente.
La mia formazione politica non è nata in un’aula scolastica o in un comitato di partito, ma sui marciapiedi, tra i volantini passati di nascosto, nei confronti notturni con pochi amici fidati, nelle letture che dovevano spesso restare private. Da”Rivolta contro il mondo moderno” a “La disintegrazione del sistema”, da Drieu La Rochelle a Céline, da Nietzsche a Jünger. Ogni libro era un mattone in un edificio che prendeva forma lentamente, e che doveva resistere a scosse continue.
Il volantinaggio, poi, era un atto di coraggio. Bastava sbagliare zona, orario, volto a cui porgere il foglio, e rischiavi botte, denunce, schedature. Ma era anche un rito, una dichiarazione d’esistenza. Non eravamo “fascisti”, come amavano urlarci contro; eravamo altro e troppo spesso nessuno voleva nemmeno tentare di capirlo.
L’essere di destra, in quegli anni, non era questione di slogan o di nostalgie, ma piuttosto una ricerca di identità, di radici, di verità non omologate. Una scelta solitaria, spesso incompresa, che ti separava anche da chi ti stava vicino: compagni di scuola, amici d’infanzia, a volte persino familiari. Bastava un’idea fuori dal coro per diventare “il diverso”, e la diversità non era tollerata, se non seguiva la linea giusta.
Crescevo in un’Italia dove le università erano presidiate da collettivi che non ammettevano dialogo. Dove bastava avere in tasca un opuscolo non allineato, per dover correre. Letteralmente. Correre da un portone all’altro, sperando che qualcuno ti aprisse prima che il gruppo ti raggiungesse. Non era solo politica: era istinto di sopravvivenza.
Eppure, in mezzo a tutto questo, c’era un’energia. Un’urgenza vera. La politica non era ancora ridotta a marketing, a influencer con la giacca sbottonata e i sorrisi a favore di camera. Era sangue, pensiero, rischio. Io lo vivevo tutto questo con passione e ostinazione. Mi formavo con ciò che avevo – che spesso non era facile da trovare. I libri circolavano tra mani fidate, alcuni stampati clandestinamente, altri recuperati in piccole librerie , altri ancora ereditati da mio padre o regalati da amici
Ricordo le serate in sede, fredde d’inverno, con il neon tremolante e l’odore di ciclostile. Lì si discuteva della Nazione Europa, di spiritualità, di destino, ma anche di cinema, di poesia, di identità. Non c’era solo militanza: c’era fame di capire, di andare oltre. Avevamo sedici, diciotto anni e si parlava de “Il Tramonto dell’Occidente” come se stessimo maneggiando dinamite e forse lo era, almeno in senso culturale.
Era un mondo dove l’azione contava, ma la riflessione veniva prima. L’attivismo non era cieco, era orientato da una visione – magari confusa, imperfetta, ma sentita. L’Italia era spaccata, l’ideologia avvelenava ogni cosa, e in mezzo a tutto questo io cercavo il mio percorso. Non volevo essere una pedina. Non lo sono mai stato.
Le letture sono state il mio rifugio e la mia arma. Se il mondo intorno parlava con la voce uniforme del materialismo storico e del progressismo obbligato, io cercavo altrove. Non per contraddire, ma per comprendere. La prima scossa arrivò con” Così parlò Zarathustra”. Nietzsche fu come uno schiaffo: un pensiero che non cercava consolazioni, che rompeva con la morale imposta, che parlava di forza, solitudine, volontà. Ero giovane, troppo giovane forse per afferrarne tutta la complessità, ma quelle parole accendevano qualcosa che non avevo trovato altrove. La sua critica al gregge, la figura dell’Oltreuomo, la sfida a superare i limiti imposti dalla mediocrità, mi apparivano come un grido di libertà. Ma non una libertà da réclame, non quella dei manifesti – una libertà interiore, durissima, che pretendeva disciplina, conoscenza, scelta.
Poi arrivò Ezra Pound, e con lui il mito, l’ordine, la bellezza. Scoprii “I Cantos” quasi per caso, comprati in una libreria di via Garibaldi che stava per chiudere. Non capii tutto, all’inizio. Nessuno può, davvero. Ma c’era musica, visione, e un’ossessione quasi sacra per il valore della parola. Pound mi insegnò che la poesia può essere politica, che ogni scelta estetica è anche etica. E che andare controcorrente non significa gridare più forte, ma costruire in profondità, anche da soli, anche nel disprezzo generale. Ero affascinato dal suo rigore, dalla sua rabbia lucida, dal suo esilio interiore.
E poi Mishima. Forse più di tutti, lui fu quello che parlò al mio lato più viscerale. Il suo amore per la disciplina, per la bellezza tragica, per la coerenza portata fino al sacrificio finale. “Sole e Acciaio” mi arrivò come una rivelazione. La sua idea di corpo e spirito come unità indivisibile, la sua lotta contro la decadenza, il suo gesto estremo – incomprensibile per molti, ma per me simbolico, necessario – mi fecero capire che il pensiero non può stare separato dall’azione. Che la coerenza non è un lusso, ma un dovere. Mishima era “un samurai in un mondo di impiegati”. E io, in quell’Italia chiassosa e conformista, mi sentivo dalla sua parte.
Non leggevo questi autori per provocare, non li usavo come slogan: tentavo di studiarli , di viverli. Ci parlavo la notte, ci ragionavo nei momenti di solitudine. E intorno a me, piano piano, incontravo altri ragazzi - nel tempo amici. Pochi, ma veri (solo Dio sa quanto ho imparato da loro). Non erano militanti con i paraocchi, ma ricercatori di senso. Con loro parlavamo dell’attualità politica, ma anche di Cioran, di Tolkien, di D'Annunzio. Era un mondo culturale parallelo, spesso sotterraneo, che chiedeva rigore. Non c’era spazio per il fanatismo sterile. Noi cercavamo visioni.
Ecco, quello fu il mio itinerario: un cammino fatto di silenzi, di rischi, di idee coltivate nel margine. Nessun maestro unico, ma molte voci. Tutte scomode. Tutte profondamente umane.

Gli incontri, quelli veri, accadevano nei momenti più improbabili. Non c’erano orari né luoghi fissi. Un bar in via Cavour, una panchina di sera, la sede al piano terra di un palazzo in via Cesare Battisti. Bastava poco: l’ultimo volantino ciclostilato, un libro sottobraccio, uno sguardo d’intesa. Così nasceva il confronto. Non avevamo bisogno di formalità, bastava la voglia di capire, di costruire un pensiero nostro, libero dai dogmi.
Il nostro punto di riferimento, però, era uno: Melino. Un uomo schivo e diretto, capace di parlare con la stessa intensità di geopolitica e di epica antica. Melino non era un leader da palco, era un maestro, nel senso più autentico del termine. Operativo, concreto, mai enfatico. La sua vera scuola iniziava di sera, quando la città cominciava a spegnersi. Teneva le sue lezioni di “controstoria” come fossero seminari clandestini, ma nessuno ci obbligava: ci andavamo per scelta, per fame. Fame di sapere ciò che nei libri di scuola veniva taciuto, nascosto, manipolato.
Ci raccontava la Vandea e il massacro degli insorgenti, la guerra civile spagnola vista da entrambi i lati, le foibe, le stragi dimenticate. Smontava le verità comode, ci metteva davanti ai fatti con una lucidità implacabile. Ogni incontro si chiudeva sempre allo stesso modo: una spaghettata aglio, olio e peperoncino, preparata da lui stesso. Era il suo modo semplice e forte di dirci: “Siamo una comunità. E chi cerca la verità, ha diritto a pane, idee e calore umano.”
A distanza di anni, sento una gratitudine profonda per quest’uomo che ci consigliava anche letture di alleggerimento donandoci degli “Urania”, collana fantascientifica della Mondadori che ancora oggi conservo gelosamente. Forse allora non me ne rendevo conto del tutto, ma i semi che piantava in quelle sere si sono radicati profondamente. I suoi insegnamenti mi hanno accompagnato in molti momenti difficili. E quando penso alla mia formazione, so che senza di lui non sarebbe stata la stessa.
E come dimenticare Ico Silvano e Tonino. Con loro ho condiviso il rischio, l'entusiasmo, le corse notturne dopo un volantinaggio andato storto, le discussioni infinite sul senso del nostro agire, le notti insonni in attesa di una chiamata o di una notizia. Con loro ho costruito qualcosa che va oltre la politica: un’amicizia fraterna, solida, vera, che dura ancora oggi. Un ricordo va anche a Giovanni e Sergio che, purtroppo, non ci sono più - ed al più giovane, Antonio, “l’ultimo arrivato” che ultimo non è o perlomeno è l’ultimo che potrà raccontare di un modo di vivere e sentire (anche extra politico) che è destinato a scomparire
Ci tenevamo in piedi a vicenda. Non era un cameratismo vuoto, da cartolina, ma una fratellanza costruita sul campo, nell’impegno e nella scelta consapevole di restare sé stessi in un mondo che chiedeva uniformità. Nessuno di noi cercava la rissa o la provocazione – volevamo solo il diritto di esistere, di esprimerci, di pensare con la nostra testa.
Giuseppe Arlotta


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