mercoledì 30 aprile 2025

GIUSEPPE ARLOTTA: APOLOGIA DEL PIZZINO : (arte e necessita' di scrivere su un pezzo di carta )


Cari lettori,  vi propongo questo scritto di Giuseppe Arlotta,  quando ieri mi ha mandato una anteprima mi ha fatto commuovere,  in questa casa  che e' stata per tantissimi anni la casa dei miei genitori,  ho trovato tanti piccoli pizzini e l'agenda telefonica molto grezza dove mia madre segnava numeri e indirizzi,  ci sono sparsi ancora bigliettini dove si scriveva gli appuntamenti da parrucchieri e estetiste e non ho buttato nulla,  come i suoi occhiali  sono ancora sul como' della cucina,  vicino alla sua foto scattata da una sua cara amica qualche mese prima della sua improvvisa dipartita.

Come Arlotta,  io amo ancora scrivere a mano,  pensieri, appunti,  appuntamenti di lavoro e lavatrici da fare direttamente sul calendario, sulla carta rimane la memoria di quello che e' stato e forse di quello che sarà in futuro,  BUONA LETTURA!



 APOLOGIA DEL PIZZINO : (arte e necessità di scrivere su un pezzetto di carta)

In un’epoca in cui i promemoria digitali vibrano in tasca e gli assistenti vocali rispondono puntualmente a ogni comando, confesso la mia irriducibile inclinazione per il “pizzino” – termine noto per vicende mafiose, ma che per noi giovani d’un tempo fu ben più: un’abitudine che non ho mai abbandonato, ancora oggi affascinato da un piccolo foglio di carta riempito in fretta con una penna.

A essere sincero, i primi foglietti di cui ho memoria risalgono a quando facevo da tramite tra mia madre e il bottegaio di fiducia, ovvero una lista della spesa in cui primeggiava la scatola del detersivo “Tide”, contenente sorpresine (solitamente soldatini o personaggi Disney), e di rimando il conto dettagliato della merce acquistata.

I miei primi “pizzini”, invece, hanno origine tra i banchi delle scuole elementari. Quei foglietti improvvisati nascevano dall’urgenza di comunicare un’idea o il sogno di un bambino: mappe tracciate con linee tremolanti, confidenze condivise tra compagni, brevi messaggi passati furtivamente sotto lo sguardo severo della maestra (una suora).

Erano i tempi in cui la mitica Bic blu, tanto agognata da noi ragazzi, diventava la compagna ideale per una generazione che cominciava a scrivere con maggiore libertà.

Con il passare degli anni, i “pizzini” si moltiplicarono, diventando molto più di semplici promemoria: piccoli spazi bianchi su cui proiettare pensieri, custodi di segreti, aggiornamenti di appuntamenti per partite di calcio in un campetto sterrato vicino casa, fantasiosi piani d’azione o liste di proselitismo concepite insieme a Tino Costantino e Lillo Marchese (siamo rimasti sempre in tre), nell’ardito tentativo di emulare la società dei raccoglitori di stucco del libro “I ragazzi della via Pál”.

Dopo le scuole medie, i “pizzini” si trasformarono in vere e proprie agende mobili: annotazioni di citazioni, titoli di libri, parole rubate all’attimo fuggevole, tracce effimere di indirizzi e date.

Furono lo strumento di comunicazione per eccellenza in certi contesti politici, quando un contatto telefonico era impossibile.

In sostanza, il “pizzino”, per me, è stato ed è un gesto personale, quasi artistico: ogni foglietto, ogni tratto di penna, possiede un’estetica e una memoria.

Spesso racconta più di un diario intero: calligrafia frettolosa, inchiostro sbavato, margini colmi di scarabocchi sono indizi di momenti irripetibili.

C’è una magia che il digitale non sa cogliere: quella sensazione di immediatezza, di connessione tangibile con i propri pensieri. Scrivere un “pizzino” è lasciare una traccia nel mondo, anche se fugace. È, comunque, un gesto che ci ricorda da dove veniamo.

Ancora oggi, tornando a casa, trovo sempre qualche foglietto nelle tasche dei pantaloni: annotazioni che vanno ad aggiungersi alla pila di carta sulla scrivania, testimone silenziosa di un invito a rallentare in un mondo che corre troppo veloce, a mettere ordine nei pensieri e a lasciare un piccolo segno di noi stessi.

Se guardo il dito medio della mia mano destra, noto il callo da penna che conferma quell’intimità che altri hanno immolato, deteriorando unghie e polpastrelli sulle tastiere di un cellulare, nel malsano tentativo di spacciare l’apparenza come espressione culturale.

E chissà perché mi viene in mente quel qualcuno, che parlando della Biblioteca di Crescentino, mi disse una volta: “Ma è solo carta”.

Anche il “pizzino” è solo carta, sì,

ma che meraviglia custodire, tra le dita e nel cuore, il peso lieve di un frammento di vita.

Un foglietto stropicciato, un pensiero vergato in fretta, una traccia minuscola di esistenza che sfida il tempo e l'oblio.

Ed è forse per questo che riesco a innamorarmi di un pezzo di carta che conserva ancora il respiro delle mie giornate, il sapore dei sogni di un fanciullo, la fretta degli amori acerbi, la speranza incerta di ogni partenza.

E basta un “pizzino” dimenticato in una tasca per farmi tornare a respirare un intero mondo.

Un mondo che, a volte, sono stato portato a credere di aver perduto, e che invece è sempre rimasto lì, in silenzio, ad aspettarmi.

Un pezzo di memoria che sa profumare di Bic blu e di pomeriggi infiniti, di stucco e di cuori leggeri, con la coscienza che in quel piccolo foglietto stropicciato rivive il bambino che ero:

quello che disegnava mappe di mondi immaginari, che scriveva messaggi segreti, che sognava avventure con Tino e Lillo. Una finestra aperta su quei giorni: un soffio di memoria, un invito a ricordare, a sentire. Perché, in fondo, non è mai solo carta. È il filo sottile che ci lega a ciò che siamo stati e che testimonia chi siamo ancora.

Giuseppe Arlotta

30 aprile 2025

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